
Sta destando molto rumore e provocando una levata di scudi a Wall Street la lettera di dimissioni di Greg Smith, ossia di un dirigente della Goldman Sachs, pubblicata la settimana scorsa dal New York Times, in cui si accusa la famosa banca di investimento americana di possedere una cultura aziendale “tossica e distruttiva”. Greg Smith scrive che i dirigenti di Goldman Sachs descrivono i loro clienti come “muppets”, ossia come pupazzetti che si possono facilmente prendere in giro. Il “j’accuse” di Greg Smith mette il dito in un nervo scoperto dell’attuale capitalismo finanziario: il conflitto di interessi sempre più evidente tra banche e clienti, colpendo proprio l’istituto che negli ultimi decenni è stato il maggiore simbolo degli eccessi della finanza. Infatti Goldman Sachs è stata più volte sul banco degli accusati per operazioni discutibili che sono andate dall’impacchettare mutui ipotecari ad alto rischio che poi vendeva ai propri clienti fino ad aiutare Atene a falsificare i conti dello Stato greco. La grande eco destata da queste accuse è facilmente spiegabile: la questione del conflitto di interessi tra banche e clienti non riguarda solo Goldman Sachs, ma l’intero mondo della finanza. Come suggerisce la lettera di Greg Smith e come sottolinea il Financial Times (del 19 marzo u.s.) “non è facile essere una persona onesta in una banca: i dirigenti degli istituti chiedono di produrre redditi e di osservare le norme deontologiche, ma dato che i redditi sono facili da misurare e la pressione per raggiungerli può essere enorme, le norme deontologiche possono facilmente essere neglette”. Secondo il “Financial Times”, il problema è dovuto alla contraddizione tra obiettivi a breve termine che prendono spesso il sopravvento rispetto agli obiettivi a lungo termine, che invece spingono a preservare la relazione con il cliente, difendendone gli interessi. Questa lettura dei fatti rischia di essere troppo “generosa”. Da anni continuano ad emergere gravi e continui conflitti di interesse. Considerando solo gli ultimi anni, si va dalle triple A concesse dalle agenzie di rating alle Asset Backed Securities, in cui le banche americane impacchettavano i mutui ipotecari, fino all’ultimo scandalo che riguarda la definizione del Libor (ossia del tasso interbancario a tre mesi), in base al quale vengono definiti i tassi di interesse di migliaia di miliardi di crediti. Sembra dunque esserci qualcosa di marcio nell’attuale sistema finanziario che non si riesce ad estirpare e che non riusciranno ad estirpare nemmeno i timidi cambiamenti delle regole di funzionamento approvati negli ultimi anni. E qui sta il punto centrale. La crisi finanziaria del 2007/2008 è scoppiata ed ha provocato le conseguenze sotto gli occhi di tutti senza che nessuno venisse ritenuto responsabile di quanto avvenuto. Se è vero che probabilmente non vi sono state violazioni di legge, è sicuramente certo che sono state violate numerose norme etiche e di prudenza. Malgrado ciò nessuno è stato ritenuto responsabile. I grandi manager di istituti di credito, che spesso hanno dovuto essere salvati con soldi pubblici, hanno lasciato la guida delle loro banche omaggiati spesso con buonuscite milionarie. In pratica, si è concluso che si erano commessi alcuni errori, ma non si è nemmeno indagato a fondo su questi errori, a tal punto che non si è riusciti a varare alcuna riforma incisiva del sistema finanziario. Questa mancata identificazione dei responsabili e della natura di questi errori lascia il mondo esposto alla possibilità di una ripetizione della crisi finanziaria. E forse proprio poiché gli stessi banchieri sono consapevoli che l’ultima crisi finanziaria si è conclusa senza identificare né responsabili né responsabilità e anche perché poco o nulla è cambiato, hanno attuato una vera e propria levata di scudi contro il “j’accuse” di Greg Smith che ha puntato il dito su un nervo che rimane completamente scoperto.
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