
“Il trionfo di Trump è la tragedia dell’America” è il titolo scelto dal settimanale britannico “The Economist”. Altre testate vicine al mondo finanziario non cessano di indicare i pericoli di una vittoria del miliardario di New York e la stampa europea, come era inevitabile, non si è fatta cogliere impreparata e da settimane mette in notevole risalto le dichiarazioni che dipingono il candidato repubblicano come un razzista, un misogino e via dicendo. Questi attacchi sono indubbiamente favoriti da un personaggio che con battute talvolta “inaccettabili” è un campione della trasgressione del linguaggio insipido imposto dalle regole del politicamente corretto. Questa campagna di televisioni, radio e grandi organi di stampa, che non sono riusciti finora a fermare la marcia di Donald Trump verso la nomination repubblicana, hanno comunque l’obiettivo di oscurare quali sono i punti salienti del suo messaggio, che tanto affascina parte dell’elettorato americano e che nel contempo tanto impaurisce l’establishment statunitense e quello europeo.
Donald Trump fa paura alle classi dirigenti politiche, economiche e finanziarie americane ed europee, poiché il suo obiettivo principale è porre fine alla globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni. E indubbiamente se dovesse vincere all’inizio di novembre sarebbe nella posizione di attuare questa svolta epocale. In pratica potrebbe mettere fine a quel periodo politico ed economico avviato all’inizio degli anni Ottanta con l’arrivo di Ronald Reagan alla Casa Bianca e di Margaret Thatcher a Downing Street. Infatti Donald Trump non è solo contrario al Trattato di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea e all’analogo accordo con i Paesi del Pacifico, ma vuole denunciare il NAFTA, ossia gli accordi commerciali tra Stati Uniti, Messico e Canada, e parla esplicitamente di voler reintrodurre i dazi per proteggere il mercato interno americano.
Il mantenimento di queste promesse elettorali equivarrebbe ad una vera e propria rivoluzione nel modo di funzionare non solo dell’economia americana, ma di quella del mondo intero. Proprio queste idee raccolgono il consenso dei ceti medi e bassi americani che hanno visto che la sempre maggiore apertura dei mercati ha coinciso con la riduzione del loro tenore di vita e con una crescente incertezza riguardo al futuro. Questo processo ha favorito una ristretta élite, soprattutto del mondo finanziario, e ha provocato l’esplosione delle diseguaglianze sociali. Infatti i tanti decantati benefici della globalizzazione, decantati da politici ed economisti, si sono tradotti in un peggioramento delle condizioni di vita di milioni e milioni di persone sia negli Stati Uniti sia in Europa. E proprio la rabbia di questi cittadini si coniuga con la loro richiesta di protezione rende Donald Trump impermeabile ad ogni specie di attacco.
La fine di questa globalizzazione sarebbe indubbiamente una svolta estremamente positiva. Innanzitutto, ridurrebbe drasticamente lo strapotere conquistato dai grandi poteri finanziari e dalle grandi multinazionali. Ed è proprio da questi ambienti che parte la “caccia all’uomo” contro Donald Trump. La fine di questa globalizzazione sarebbe soprattutto il passo decisivo per farci uscire dall’attuale crisi economica. L’apertura dei mercati ha destabilizzato il modo del lavoro dei Paesi occidentali, ha annientato i sindacati e ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori. Ha dunque impedito quella crescita dei consumi e quindi degli investimenti indispensabile per tenere il passo dell’aumento dell’offerta. Questo processo non è stato compensato dall’aumento della domanda dei Paesi emergenti. Il risultato è che in ogni settore si è in presenza di una sovraccapacità produttiva, che accentua la pressione al ribasso su prezzi e salari e che è la causa prima della realtà deflazionistica in cui versa l’economia mondiale. Le politiche monetarie di carattere eccezionale seguite dalle banche centrali sono completamente inappropriate per combattere il contesto deflazionistico creato dalla globalizzazione e quindi per farci uscire dalla crisi. Quindi un commercio equo con regole precise, come propone anche il candidato democratico Bernie Sanders, attraverso la ricostruzione di mercati del lavoro devastati dalla globalizzazione, è la cura migliore per uscire dalla crisi. Questa ricetta terrorizza i grandi poteri finanziari ed economici, ossia quell’1% di persone che hanno beneficiato alla grande delle libertà senza limiti offerti dalla globalizzazione.
Quindi, se Donald Trump manterrà le promesse elettorali (e non è certo) e se riuscirà a vincere le elezioni siamo alla vigilia di una svolta epocale. Proprio per evitare la sua vittoria è molto probabile che l’establishment politico, finanziario ed economico userà tutte le carte a sua disposizione. Gli strumenti, che molto probabilmente verranno usati, sono due che comunque hanno l’obiettivo di spaventare la popolazione e quindi indurla a votare per il candidato di grande esperienza sostenuto dai poteri forti, ossia per Hillary Clinton. Il primo strumento è un crollo dei mercati finanziari, “venduto” come paura della prospettiva di un Donald Trump alla Casa Bianca. Il secondo strumento è un improvviso forte acuirsi delle tensioni con Russia e Cina, che di nuovo dovrebbe indurre l’elettorato americano a scegliere Hillary Clinton, donna di provata esperienza. Molti riterranno fantasiose queste ipotesi. Non lo sono affatto, poiché la posta in gioco è enorme e quindi per i grandi poteri finanziari ed economici si tratta di una partita che non si può assolutamente perdere. Attenzione, dunque, agli imprevedibili avvenimenti e alle nuove campagne di disinformazione che si succederanno nei prossimi mesi.
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