
Quali indicazioni lanciano i cali del prezzo dell’oro e delle principali materie prime? Il metallo giallo è sceso a poco più di 1400 dollari l’oncia. La scorsa settimana l’oro ha subito un vero e proprio tracollo (il ribasso maggiore degli ultimi 30 anni con un prezzo che è calato ai livelli del gennaio del 2011). Dal canto suo il Brent viene trattato ora ad un prezzo inferiore ai 100 dollari. Di solito il calo dei prezzi delle materie prime preannuncia un ribasso delle borse, ma questa volta molto probabilmente non sarà così. Infatti i mercati azionari (come quelli obbligazionari) sono sostenuti dall’enorme quantità di liquidità che continuano ad iniettare le banche centrali. Ma se un ribasso delle borse è altamente improbabile, il calo del prezzo dell’oro e delle altre materie prime può invece preannunciare un ulteriore rallentamento dell’economia mondiale oppure può essere una normale oscillazione dei mercati oppure ancora il frutto di una deliberata manovra di alcune banche centrali e in particolare della Federal Reserve statunitense. La versione più plausibile è che il calo dei prezzi di oro e materie prime stanno segnalando una frenata ulteriore dell’economia. I segni infatti sono molteplici. L’economia reale del Vecchio Continente è sempre più in difficoltà, la crescita americana è ancora modesta e soprattutto non sembra duratura e la crescita di molti Paesi emergenti sta rallentando in modo considerevole. Insomma, come scriveva John Maynard Keynes, “il cavallo non beve” e quindi l’enorme quantità di liquidità iniettata nel circuito economico non si traduce in un aumento della domanda e quindi in una ripresa economica degna di questo nome. Questo sviluppo non sorprende, poiché, come abbiamo sempre scritto, la stampa di moneta continua ad aiutare unicamente il sistema finanziario, ma non raggiunge famiglie ed imprese e quindi non si traduce in un aumento dei consumi e degli investimenti che sono i motori della crescita. Queste politiche hanno permesso unicamente di guadagnare tempo. Nei Paesi dove sono state abbinate a politiche di austerità, il risultato è stato ancora peggiore. Che fare? Sembra lentamente emergere un consenso, secondo cui le politiche monetarie debbano essere accompagnate da politiche fiscali più espansive. I segni in questa direzione sono numerosi. In Europa, Bruxelles sembra allentare i termini dei processi di risanamento dei conti pubblici, dando a diversi Paesi maggior tempo per risanare i loro conti. Addirittura il Presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha dichiarato che nel Vecchio Continente ulteriore misure di austerità non sarebbero più tollerate politicamente. Negli Stati Uniti, dove il dibattito sul bilancio federale è bloccato dalla contrapposizione tra democratici e repubblicani, si è inventata una rivalutazione del PIL americano di oltre 300 miliardi di dollari che ha chiaramente l’obiettivo di ridurre il rapporto tra deficit pubblico e PIL che dovrebbe aggirare il pericolo di un bilancio federale restrittivo a tal punto da far deragliare la ripresa. In Giappone si pensa di affiancare alle forti iniezioni di denaro, pacchetti fiscali di rilancio dell’economia. Insomma, il rigore di bilancio sembra andare in soffitta e sembrano ritornare in auge le politiche classiche keynesiane. Ciò anche perché è stata intaccata la base teorica su cui si basava il rigore di bilancio. Infatti, sono stati svelati errori statistici della tesi di Carmen Reinhart e di Kenneth Rogoff, secondo cui la crescita economica scende ad un livello di poco superiore allo zero quando il debito pubblico di un Paese supera il 90% del PIL. Questo principio, su cui si basavano le politiche di rigore, è infondato e nuovi studi hanno mostrato che un debito di simili proporzioni si è combinato in questo dopoguerra con una crescita del 2,2%. Insomma, le politiche di austerità non si basano su alcun fondamento teorico e quindi possono lentamente essere messe in soffitta. Nel frattempo però l’economia sta rallentando, come sta indicando l’andamento dei prezzi dell’oro e del
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