
Il Parlamento tedesco impone la linea e il vertice europeo l’approva. Il risultato è un accordo pasticciato, che favorisce le grandi banche dell’Europa del Nord, che penalizza Italia e Spagna e che per l’euro avvia di fatto il conto alla rovescia. Al prossimo vertice del G20 i Paesi europei raccoglieranno le promesse d’aiuto di Stati Uniti, Giappone e dei principali Paesi emergenti nella sempre più difficile battaglia tesa a salvare la moneta unica europea. Ovviamente verranno dapprima presentati le intese raggiunte nel corso dell’ultimo vertice notturno tenutosi a Bruxelles riguardo alla crisi debitoria della Grecia, alla ricapitalizzazione delle banche e all’aumento a 1'000 miliardi di euro della dotazione del Fondo Salva-Stati. Questi accordi non risolvono nulla, anzi rischiano di aggravare la crisi dell’euro, come dopo un breve momento di euforia hanno cominciato a percepire anche i mercati finanziari. Ma procediamo con ordine. La decisione più importante della scorsa settimana non è stata comunque presa a Bruxelles, ma a Berlino. Il Parlamento tedesco, riunitosi prima del vertice europeo, ha ristretto ampiamente la libertà di azione del cancelliere Angela Merkel. Il Bundestag ha infatti votato una mozione in cui imponeva alla Merkel di non impegnare nemmeno un euro supplementare dei contribuenti tedeschi per il Fondo salva-Stati, di non permettere la creazione di obbligazioni garantite dai Paesi in modo solidale dai Paesi di Eurolandia (i famosi Eurobond) e di richiamare la Banca centrale europea a rispettare i suoi statuti che vietano l’acquisto di titoli statali dei Paesi membri (come invece sta facendo ora con le obbligazioni italiane e spagnole). Insomma, i deputati tedeschi hanno inequivocabilmente chiarito che la Germania non è disposta a svenarsi e non è disposta nemmeno a rinunciare ai principi di una sana politica monetaria per salvare l’euro. La decisione del Parlamento tedesco sgombra il campo da tante illusioni che si erano diffuse negli ultimi mesi e suona come una campana a morto per la moneta unica europea. La restrizione piu’ importante riguarda proprio la Banca centrale europea che da ieri è diretta dall’italiano Mario Draghi. Infatti l’istituto di Francoforte è l’unico ad avere una “potenza di fuoco” illimitata che, se usata (come fanno Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone), avrebbe potuto risollevare le sorti dell’euro, stampando moneta da girare al Fondo Salva-Stati per svolgere il compito di finanziare i programmi di aiuto a Grecia, Irlanda e Portogallo e contemporaneamente di evitare che anche l’Italia e la Spagna vengano risucchiate nel vortice della crisi. La Banca centrale europea con una politica monetaria fortemente espansiva avrebbe anche potuto ridare un po’ di slancio ad un’economia europea che rischia di cadere in recessione. Il rischio di una politica del genere era di destabilizzare le fondamenta dell’euro, di indebolire il suo tasso di cambio e di creare le premesse per una resurrezione dell’inflazione. I parlamentari tedeschi hanno detto no ad una scelta del genere non solo per paura che si ripetesse la tragica esperienza della Repubblica di Weimar, ma anche perche’ la monetizzazione del debito pubblico dei Paesi deboli è una forma di redistribuzione dei debiti dei Paesi meno rigorosi su quelli piu’ disciplinati. Il “Nein” tedesco (se verrà mantenuto) preclude le già scarse possibilità dell’euro di riuscire a superare questa crisi. Infatti l’euro non riuscire certamente a sopravvivere grazie alle decisioni prese dal vertice europeo di Bruxelles. Queste misure creano unicamente ulteriore incertezza. Esse sono inoltre studiate per favorire alcuni Paesi a scapito di altri e non si preoccupano affatto della necessità di rilanciare la crescita dell’economia europea, che è la premessa indispensabile di qualsiasi tentativo di salvare l’euro. Ma cerchiamo di analizzare queste decisioni una per una. In primo luogo, il dimezzamento del valore facciale dei titoli del debito greco rischia di rivelarsi un regalo alle banche. Infat
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

