
Pochi (compreso il sottoscritto) avevano previsto la rivolta dell’elettorato che si sta manifestando in queste primarie americane. Eppure il seguito di Donald Trump, in campo repubblicano, e la vistosa rimonta di Bernie Sanders, in campo democratico, stanno provocando panico nell’establishment statunitense. I dirigenti repubblicani, che si sono uniti per sbarrare la strada a Donald Trump, stanno addirittura escogitando delle manovre per negare la nomination al miliardario di New York. Dal canto loro, i dirigenti democratici temono che una sconfitta di Hillary Clinton nelle primarie dello stato di New York possa rimettere in discussione la sua corsa verso la Casa Bianca. Ma in questa sede non vogliamo soffermarci su queste macchinazioni, ma sulle ragioni dei successi elettorali di Donald Trump e di Bernie Sanders e soprattutto soffermarci su quali cambiamenti della futura politica di Washington hanno già prodotto queste primarie.
Le ragioni del panico dell’establishment americano sono più che giustificate. I voti ottenuti da questi due outsider sono l’espressione di una vera e propria ribellione di larghe fasce dell’elettorato e soprattutto dei lavoratori bianchi e dei giovani nei confronti delle politiche economiche di questi anni. Esprimono il rancore nei confronti di un settore finanziario, che è stato salvato dallo Stato e i cui dirigenti sono rimasti impuniti, di una sequela di accordi commerciali che hanno portato a delocalizzazione, a perdite di posti di lavoro, a una diminuzione dei redditi e a un’esplosione delle diseguaglianze. L’impoverimento del ceto medio e basso americana, messo in mostra da tempo dai dati statistici, ha trovato inaspettatamente un canale per esprimersi a livello politico. E oggi il potere vero americano si scopre nudo. Ed è utile ricordare questi dati che sono inoppugnabili. Il reddito mediano della famiglia americana è sceso negli ultimi venti anni del 7,5%. Il salario orario mediano è diminuito in termini reale dallo scoppio della crisi finanziaria. Il boom del mercato del lavoro americano manifestatosi dal 2009 con la creazione di 14 milioni di nuovi posti di lavoro deve essere contestualizzato, poiché la metà di questi nuovi impieghi sono in attività a bassi salari. Nel 2013 negli Stati Uniti il 22% dei bambini non ha avuto abbastanza da mangiare e inoltre la mortalità infantile è notevolmente cresciuta a livelli simili a quelli dei Paesi poveri. Insomma, il “miracolo” americano ha toccato solo una ristrettissima parte della popolazione, il famoso 1%. Il resto ha arrancato oppure ha visto peggiorare le proprie condizioni economiche e soprattutto – e questo è il dato più importante – non crede più che il futuro possa essere migliore se si proseguirà con le attuali politiche economiche.
La rabbia dei giovani e del ceto media e basso statunitense sta travolgendo i cardini della politica economica liberista seguita dagli Stati Uniti negli ultimi decenni. E i risultati di questa svolta sono destinati a durare indipendentemente da chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Le bordate di Donald Trump e di Bernie Sanders contro le presunte virtù del commercio internazionale hanno costretto Hillary Clinton e Ted Cruz a schierarsi contro la ratifica dell’accordo commerciale che riguarda il Pacifico e ad affossare l’accordo analogo che gli Stati Uniti stanno negoziando con l’Unione Europea. Anche a livello accademico si notano i cambiamenti di posizione. Il premio Nobel Paul Krugman, famoso liberal convinto dei benefici della globalizzazione, ha recentemente corretto il tiro sostenendo che nell’attuale contesto economico caratterizzato da grandi sovraccapacità produttive e da un eccesso di risparmi “il mercantilismo un pochino di senso ce l’ha”. Una prima conclusione è d’obbligo: come hanno scritto alcuni commentatori americani, dopo questa stagione elettorale il Congresso non approverà più alcun nuovo accordo commerciale. Anzi, è molto probabile che anche a causa della deludente crescita economica verranno approvate misure protezionistiche. Questa è la prima svolta epocale provocata da questa primarie: la fine dell’era della globalizzazione.
Ma c’è di più. Sia Donald Trump sia Bernie Sanders (con modi e toni completamente diversi) non chiedono affatto lo smantellamento dello stato sociale americano. Se la posizione di Bernie Sanders non sorprende, colpisce quella di Donald Trump che si presenta come il difensore dei “perdenti” e quindi si schiera contro l’immigrazione clandestina, accusata di deprimere i salari americani, ma contemporaneamente difende i cardini dello stato sociale americano, compresa la riforma sanitaria di Barack Obama, che è invece fortemente osteggiata dalla leadership repubblicana. Anche questo aspetto è significativo: il ceto medio e basso americano capisce che quel poco di stato sociale che esiste negli Stati Uniti è la sua ancora di salvezza e non il nemico da combattere e da smantellare. Si tratta di una nuova grande svolta rispetto agli slogan liberisti degli ultimi decenni del tipo “meno stato, più mercato” e “meno tasse per far crescere l’economia”.
Il terzo aspetto rilevante è che la vicinanza politica e di interessi con Wall Street e con le grandi corporation si traduce in una condanna a morte elettorale. Gran parte dell’elettorato americano intuisce che è necessario un cambiamento di paradigma economico e che bisogna affossare le politiche liberiste che non sono state sostenute solo dal mondo politico, ma anche e soprattutto da quello finanziario economico. Intuisce pure che questi politiche hanno favorito e continueranno a favorire pochi che non hanno alcun senso di responsabilità rispetto all’insieme del Paese, come confermano gli scandali di Wall Street, rimasti impuniti, e i tentativi di molte multinazionali americane di fondersi con società straniere per cambiare domicilio fiscale e quindi eludere il fisco statunitense.
Insomma, negli Stati Uniti si sta concretizzando una svolta storica che – considerata l’importanza del Paese – è destinata ben presto a manifestarsi anche in Europa. Si può dire che sta finendo un’era e che si può e si deve tornare ad avere speranza nel futuro, poiché – come abbiamo sempre ripetuto – da questa crisi non si esce senza un cambiamento radicale di politica economica e, quindi, senza una svolta politica.
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