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Non solo Trump: una rivoluzione alle porte
Non solo Trump: una rivoluzione alle porte
Non solo Trump: una rivoluzione alle porte
Redazione
10 anni fa
Sia negli Stati Uniti sia in Europa la rivolta dell’elettorato giustifica la speranza di un cambiamento della gestione dell’economia

Non è ancora diffusa l’idea che molto probabilmente siamo alla vigilia di un cambiamento radicale della politica economica del mondo occidentale. Si tratterà molto probabilmente di una svolta simile (anche se di segno completamente opposto) a quella definita la “controrivoluzione liberista” realizzata all’inizio degli anni Ottanta grazie alla vittoria di Ronald Reagan negli Stati Uniti e di Margareth Thatcher in Gran Bretagna.

I segni premonitori si moltiplicano sia negli Stati Uniti sia in Europa. In America nel campo repubblicano (probabilmente già oggi) Donald Trump sembra destinato a conquistarsi la nomination; in campo democratico Hillary Clinton (chiaramente favorita) non riesce a conquistare i favori di quella classe media americana, fatta da operai ed impiegati, che favorisce invece Bernie Sanders.

Sia Trump sia Sanders esprimono il rifiuto di una politica economica che ha visto il continuo calo dei redditi, a tal punto che reddito mediano degli americani è stato l’anno scorso inferiore a quello del 2005, che ha visto il maggiore incremento delle ineguaglianze e che annichilito le speranze di un futuro migliore. Il seguito di Trump e di Sanders si basano sulla consapevolezza che così non si può andare avanti e che occorre un cambiamento radicale della gestione dell’economia. Le ricette sono ovviamente diverse. Trump propone una chiusura del Paese sia agli immigrati sia alle importazioni; Sanders propone ricette di riforme di stampo socialdemocratico. Quello che conta è però che la crisi finanziaria del 2008 sta finalmente producendo una “rivolta” politica contro la gestione liberista dell’economia a stelle strisce. E qualunque sia l’esito della corsa alla Casa Bianca, è probabile che la politica economica americana sarà diversa.

La realtà non è diversa in Europa dove allo scontento crescente di larga parte dell’elettorato in molti Paesi si affianca una crisi dei profughi, che minaccia la stessa sopravvivenza dell’Unione Europea, e in giugno il voto britannico sull’uscita dall’Unione, Insomma alla crisi economica si sta aggiungendo una crisi politica in Europa. Infatti mentre sul fronte economico si cerca di guadagnare tempo grazie a quelle che possono essere definite le “mosse della disperazione” annunciate giovedì scorso dalla Bce di Mario Draghi, sul fronte politico sembra destinato a “franare” il discutibile accordo negoziato da Angela Merkel con la Turchia per frenare l’afflusso di profughi ed immigrati attraverso la cosiddetta rotta balcanica. E ciò è ancora più probabile dopo l’affermazione del partito di destra Alternative für Deutschland nelle elezioni di domenica scorsa in tre Länder tedeschi, che non ha sicuramente rafforzato la leadership europea della cancelliera tedesca.

Il probabile fallimento di una soluzione soddisfacente della crisi dei profughi è destinato a cambiare la natura dell’Unione Europea, che rischierebbe di rimanere un coacervo di regole burocratiche e di istituzioni non più sostenute dal grande progetto di una maggiore integrazione del Vecchio Continente. Insomma, l’Unione potrebbe diventare un “guscio vuoto” e forse anche più piccolo se la Gran Bretagna voterà il Brexit. E tale “guscio vuoto” avrebbe grandi difficoltà a gestire l’avvitamento della crisi dell’economia dell’area euro che la raffica di misure di Mario Draghi non basta a scongiurare. Infatti la politica monetaria, fatta di continue iniezioni di liquidità e di tassi di interesse sempre più negativi, ha raggiunto il suo limite massimo. Le manovre annunciate da Mario Draghi servono solo a guadagnare tempo e a salvare un sistema bancario che in molti Paesi europei è sull’orlo del collasso. In pratica consistono in un trasferimento di risorse dai risparmiatori e dalle casse pensioni alle banche in forte difficoltà e ai Paesi europei fortemente indebitati. A conferma di questa tesi, basti ricordare che le iniezioni mensili di liquidità portate a 80 miliardi di euro verranno usate non solo per acquistare obbligazioni pubbliche e di società con tripla A, ma anche per comprare i titoli obbligazionari emessi dalle banche e soprattutto quelli definiti Coco che possono essere convertiti immediatamente in capitale in caso di difficoltà dell’istituto. Il risultato è che il mercato dei titoli subordinati delle banche si è ripreso, ma non si sono risanati i loro bilanci. Si tratta dunque di un cerotto. Le mosse di Mario Draghi non basteranno comunque a rilanciare l’economia, poiché – come direbbe John Maynard Keynes – il cavallo non beve. Come abbiamo ripetutamente scritto, i consumi non salgono se i redditi non salgono e se si ha paura di perdere il lavoro e le imprese non investono perché i tassi sono molto bassi, ma solo se pensano di poter vendere maggiormente guadagnando di piu’. Dunque la crisi dei profughi combinata con l’aggravarsi della crisi economica rischia di essere esplosiva per l’Unione europea.

Ma c’è motivo di speranza. Sia negli Stati Uniti sia in Europa un numero crescente di elettori sta ribellandosi a questo mondo dominato dalla grande finanza e dalle grandi multinazionali e retto dall’ideologia liberista. Siamo forse alla vigilia di una nuova rivoluzione che potrebbe cambiare radicalmente la gestione dell’economia. E’ cio’ di cui abbiamo bisogno e se avverrà, come appare possibile, sarà corretto non solo diventare ottimisti, ma addirittura molto ottimisti, poiché gli attuali guai sono dovuti a politiche completamente sbagliate.

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