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Non si esce dalla crisi con queste politiche
Redazione
11 anni fa
Autorità politiche e monetarie chiudono gli occhi, non vogliono vedere il fenomeno della contrazione dei salari

Non usciamo dalla crisi soprattutto perché le autorità monetarie e politiche negano l’evidenza e, come direbbe l’economista inglese John Maynard Keynes, si rifanno alle teorie di economisti morti.

L’ostacolo principale alla ripresa è la riduzione dei salari e l’aumento delle ineguaglianze sociali. I salari, come ha scritto nel suo ultimo numero “The Economist”, sono scesi e non risalgono. Secondo il settimanale britannico, negli Stati Uniti nonostante cinque anni di crescita economica i salari reali sono ancora dell’1,2% inferiori a quanto erano all’inizio del 2009. In Gran Bretagna i salari sono diminuiti ogni anno a partire dal 2009 e sono oggi del 10% inferiori al 2008. Si tratta del declino più lungo dalla metà dell’Ottocento. In Germania i salari sono ancora inferiori del 2,4% rispetto al livello del 2008.

Insomma la crisi di questi anni ha accentuato fortemente una dinamica in corso da tempo che ha visto ridursi la quota parte del PIL che va ai lavoratori, mentre una percentuale sempre maggiore è andata a coloro che usufruiscono di alte remunerazioni e ai redditi da capitale.

Non deve quindi stupire che i consumi, che sono una componente fondamentale della domanda finale, non riprendano a sufficienza per trascinare al di fuori della crisi l’intera economia. Non stupisce neppure che gli investimenti non decollino, poiché si investe non solo perché il costo del denaro è basso, ma soprattutto perché si ha la ragionevole aspettative di vendere i propri prodotti o i propri servizi. Infine non deve neppure stupire che le politiche monetarie non convenzionali seguite dalle banche centrali non producano risultati significativi.

Infatti i tassi di interesse storicamente bassissimi e le continue immissioni di liquidità “drogano” i mercati finanziari, ma non incidono sulla dinamica salariale e nemmeno sulla distribuzione dei redditi. Anzi producono un effetto negativo penalizzano i piccoli risparmiatori rispetto ai grandi investitori e contraggono i rendimenti dei fondi pensione e dunque accentuano i fattori negativi che hanno portato alla crisi finanziaria del 2008.

L’aspetto sorprendente è che queste considerazioni siano fatte proprie unicamente da uno sparuto gruppo di economisti e di fatto respinte dai detentori delle leve economiche. Questi ultimi continuano imperterriti sulla loro strada.

Anzi, come continua a ripetere il numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, l’insuccesso di queste politiche monetarie è dovuto alla lentezza con cui i Governi procedono nell’attuare le riforme strutturali. E quando Draghi parla di riforme strutturali, si riferisce principalmente alle riforme del mercato del lavoro, ossia alla sua deregolamentazione.

Eppure la liberalizzazione del mercato del lavoro non provocherà affatto un aumento dei salari, ma una loro diminuzione. Inoltre aumenterà l’insicurezza dei lavoratori con il risultato di contrarre i consumi. Del resto, il mercato del lavoro americano è preso di solito come modello, eppure negli Stati Uniti i salari continuano a non crescere. Di fronte all’evidenza dei fatti, si sta facendo strada un’altra interpretazione: il mercato del lavoro liberalizzato favorisce la diminuzione della disoccupazione. Dunque, anche se il prezzo sono salari inferiori, è meglio avere un maggior numero di persone occupate. In realtà, si sta cercando di legittimare l’idea che il lavoro non è più destinato a fornire sempre e a tutti un salario dignitoso e che questa realtà deve essere accettata come il minore dei mali.

Ma perché queste persone non si arrendono all’evidenza? Perché cercare di incidere sulla dinamica dei salari e sulla distribuzione dei redditi vorrebbe dire rimettere in discussione il modo di funzionare delle nostre economie e le teorie economiche neoliberiste che le giustificano. Quindi, per incidere su questi meccanismi sarebbero necessari cambiamenti economici e politici di grande portata. E’ ovvio quindi che di fronte ad una sfida simile si preferisca negare l’evidenza. Molto probabilmente sarà necessaria un’altra grave crisi per rimettere in discussione queste politiche economiche. E sicuramente continuando su questa strada una nuova grave crisi è certa.

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