
In questi giorni vi è stata una svolta di grande rilievo nelle politiche contro la crisi. Si tratta di scelte di grande importanza che sono state finora passate quasi sotto silenzio. La Federal Reserve statunitense ha deciso di aumentare a 85 miliardi di dollari la quantità di nuova moneta che creerà ogni mese. La Fed ha pure deciso di far dipendere ogni cambiamento della propria politica monetaria (ossia ogni eventuale aumento dei tassi oppure una riduzione del ritmo di creazione di nuova moneta) dal raggiungimento dell’obiettivo di un tasso di disoccupazione del 6,5%. In pratica, la politica monetaria viene sganciata da qualsiasi legame con l’inflazione e agganciata direttamente ad una variabile macroeconomia come l’evoluzione del mercato del lavoro. Una decisione simile è stata preannunciata dal primo ministro giapponese Abe che chiede esplicitamente alla Banca del Giappone di perseguire l’obiettivo di un ‘inflazione superiore al 2%. La richiesta ha già prodotto un calo del tasso di cambio dello yen e un rialzo della borsa di Tokyo. Passi analoghi verranno intrapresi dal nuovo Governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, il quale propone di stabilire un obiettivo di crescita nominale del PIL britannico (ossia prima di sottrarre l’inflazione dalle cifre del PIL) da cui far dipendere la politica monetaria. A ciò bisogna aggiungere la continua stampa di moneta da parte della Banca centrale europea per finanziare il sistema bancario del Vecchio Continente e quella della Banca Nazionale Svizzera per difendere il tasso di cambio minimo del franco rispetto all’euro. Insomma, negli ultimi anni si è già stampata un’enorme quantità di moneta, ma ora se ne vuole stampare ancor più per cercare di uscire dalla crisi. Queste scelte sono molto azzardate: presentano molti rischi a fronte di risultati incerti. Cerchiamo di analizzarle. Innanzitutto, il varo di queste nuove misure è un’implicita ammissione chetiamo ancora nel pieno della crisi e che le politiche seguite finora non hanno prodotto i risultati desiderati. Il rischio principale di queste politiche è di creare nuove bolle speculative. E già alcuni segni sono sotto gli occhi di tutti. Nel mercato dei capitali i tassi sono bassi in modo abnorme e non contemplano un adeguato premio per il rischio. Ciò vale sia per le obbligazioni statali (basti osservare la corsa al rialzo dei corsi dei titoli di stato italiani e di altri Paesi europei in difficoltà) sia per i mercati azionari che, incuranti di ogni dato che proviene dall’economia reale, continuano a salire, sia il ritorno in grande auge dei prodotti strutturati. Il vizio di questo genere di fenomeni speculativi è che prima o poi si interrompono lasciando in eredità un mucchio di rovine. La rovina prima è la distruzione di un’enorme quantità di risparmi. Il secondo rischio è quello di un forte deprezzamento delle monete che potrebbe innescare guerre commerciali e anche un ritorno al protezionismo. In proposito, basti seguire la caduta del valore dello yen giapponese. Il terzo rischio, che però si potrebbe manifestare solo a medio o a lungo termine, è una resurrezione dell’inflazione. Se i rischi sono chiari, molto incerti appaiono i risultati di queste politiche. Non è affatto certo che la stampa di nuova moneta metterà in moto una ripresa economica sana e durevole. Anzi, tutto sta ad indicare che il problema delle nostre economie non è una carenza di liquidità, ma una carenza di domanda e quindi di fiducia nel futuro, cui si aggiungono sistemi bancari che non funzionano più come tradizionali meccanismi di trasmissione della politica monetaria perché non elargiscono crediti a famiglie e imprese. Queste politiche non sono dunque neutrali, poiché i tassi di interesse di poco superiori allo zero e l’iniezione di crescenti quantità di liquidità favoriscono il settore bancario e coloro che investono usando la leva, ossia proprio la speculazione finanziaria. Se invece si vuole far ripartire l’economia bisognerebbe dare i soldi a coloro che vogliono spendere, ma che non spendono,
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