
Il 10 e l’11 aprile al LAC di Lugano andranno in scena, uniti in un unico spettacolo, due grandi esempi della tragedia greca: Edipo re e Edipo a Colono di Sofocle. La prima parte, Edipo re, ha la regia affidata a Andrea Baracco, mentre quella di Edipo a Colono è stata affidata a Glauco Mauri, sia come regista che come interprete. Due registi e due generazioni a confronto come esempio di collaborazione e di continuità, oltre che condizione indispensabile per il futuro del teatro, come ci ha raccontato Glauco Mauri durante una chiacchierata che ci ha concesso.
Come vedi le tragedie di Edipo?Come tutti i classici, evidentemente contengono delle verità che possiamo verificare attraverso i secoli. Comunque siccome questa è la terza volta che faccio Edipo re e Edipo a Colono fusi insieme, dopo anni, lo scorrere della vita ti porta ad essere, se non più intelligente, almeno più ricco di esperienza e di emozioni e naturalmente il mio Edipo è un po’ diverso dall’ultimo Edipo a Colono che ho fatto. Edipo re è stato fatto con la regia di Andrea Baracco, mentre Edipo a Colono è stato realizzato da me e la cosa che mi ha emozionato è stato il fatto che Edipo re parla di un uomo che si ritiene colpevole di aver ucciso il padre, contaminato la madre e messo al mondo dei figli e delle figlie che sono anche suoi fratelli e sorelle, addirittura si sente talmente colpevole da accecarsi e chiede di essere condannato. Tuttavia con il passare del tempo diventa vecchio e, non a caso, lo stesso Sofocle ha ripreso il tema a 87 o 88 anni, cioè poco prima di morire e ci si chiede “Perché dopo tanti anni ha ripreso il tema di Edipo?” perché in Edipo a Colono troviamo un Edipo che dice agli dei, alla società, al mondo, “Io non ho ucciso mio padre, ho ucciso un uomo che voleva uccidermi, mi sono difeso, ma non sapevo che quell’uomo fosse mio padre. Io ho amato una donna che mi è stata data in dono perché avevo salvato la città dalla Sfinge, ma non sapevo che quella donna fosse mia madre, come lei non sapeva che io fossi suo figlio.”, quindi si sente innocente. Ho fatto un Edipo laico, perché è l’uomo che dice “L’uomo è responsabile soltanto delle azioni che lui vuole compiere di sua propria volontà.” mentre quello di Edipo re è un uomo che è stato coinvolto da una confusione degli oracoli, sono stati gli Dei che praticamente gli hanno imposto la sua vita. Questo confronto secondo me spiega perfettamente la storia dell’uomo Edipo.
C’è un collegamento tra la vicenda di Edipo e l’attualità?Mentre facevo la regia di Edipo a Colono non ci avevo nemmeno pensato, ma questo Edipo, scacciato e maledetto da tutti, che ha passato anni della sua vita in un cammino faticoso, che ha trovato un paese dove si trova Teseo, questo re e un popolo che finalmente lo accoglie perché ha pietà del suo dolore,… oggi come oggi è un tema che dovrebbe essere dentro di noi. Non voglio ricollegarlo matematicamente al tema dell’immigrazione, ma attualmente è un tema che deve essere presente nell’animo dell’uomo di oggi: aver sempre la possibilità di poter apprendere, accogliere e di essere ospitali umanamente e secondo me dalla vicenda di Edipo questo viene fuori, ed è una cosa a cui non avevo quasi pensato, l’avevo solo sfiorata, perché se avessi voluto avrei dato dei segni più precisi riguardo questo. Nonostante non l’abbia fatto è stato un tema che è venuto fuori, al giorno d’oggi risalta molto il dovere che ha l’uomo di avere la predisposizione ad accogliere anche il dolore degli altri e forse il pubblico l’ha notato ancora prima di me.
Perché l’idea di realizzare Edipo re e Edipo a Colono con due registi diversi?Io e Roberto Sturno in 36 anni con la nostra compagnia abbiamo fatto di tutto, da Shakespeare, a Sofocle, a Mamet, Müller,… Tuttavia inevitabilmente la polvere della vita si deposita non solo sugli oggetti, ma anche sulle proprie sensibilità, perciò avere accanto una persona nuova e di un’altra generazione, che ama un altro tipo di teatro era per noi un motivo per sentirci più vivi, più stimolati. Andrea Baracco è bravissimo ed è stato molto importante, perché i giovani aiutano a restare giovani e questa collaborazione con una persona di un’altra generazione e di un’altra formazione è stata molto utile ed è un segno di quanto noi desideriamo con tutto il cuore che il teatro abbia un futuro, perché bisogna passare il testimone ogni tanto. Io ho una certa età, ma dentro di me mi sento giovane e questo lo devo al teatro, è il teatro che mi ha dato non solo la meravigliosa responsabilità di raccontare delle favole alla gente, ma anche il dono, alla mia età, di sapermi ancora commuovere come un ragazzo. Mi ha dato il dono di saper giocare ancora con la fantasia e giocare con questa vuol dire non sentirsi mai tristi, mai soli. Il teatro mi ha dato il dono di dire “Domani voglio essere migliore di oggi.” e questo è un grande dono, ecco perché si ricollega al fatto di avere chiesto come collaboratore Andrea, con il quale ci siamo trovati benissimo, con due approcci molto diversi, scenografie diverse, ma è proprio quello che da allo spettacolo un certo senso di curiosità.
Qual è il ruolo del teatro al giorno d’oggi?Secondo me bisogna partire da un altro punto di vista: io da ragazzino andavo spessissimo a teatro, le prime volte andavo sempre a vedere le opere e c’era sempre moltissima gente. La prima volta che andai a vedere uno spettacolo in prosa era Papà Lebonnard ed inizialmente ebbi una grande delusione perché il loggione era quasi vuoto, la platea era semi-vuota ed era triste. Poi si aprì il sipario e vidi una scena molto povera, ricordo che c’era una cucina con due donne che parlavano tra loro… ma improvvisamente entra il protagonista, Papà Lebonnard, che ha cominciato a parlare e improvvisamente ho avuto l’impressione che quell’uomo stesse parlando con me, un’impressione che il cinema non mi aveva mai dato, nemmeno l’opera. Il teatro dal vivo ha il potere di poter parlare direttamente alle persone: io quando recito penso ovviamente di parlare a tutti, però penso sempre che ci sia qualcuno a cui la parola dei grandi poeti che interpreto possa arrivare direttamente. Oggi come oggi avere una semplicità, che sia però profonda, che solo il teatro può dare, è un fatto di aiuto per tutta la società.
Michele Sedili
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