
“Oggi non conta la persona, contano i soldi, conta il denaro. E’ una crisi della persona. La persona è in crisi perché la persona oggi – ascoltate bene – è schiava! E noi dobbiamo liberarci di queste strutture economiche e sociali che ci schiavizzano. E questo è il vostro compito.” Queste parole non sono state pronunciate da un leader del movimento degli Indignados o da un politico di sinistra, ma da Papa Francesco lo scorso 7 giugno in occasione dell’incontro con gli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia. Credo che queste frasi ci debbano far riflettere, poiché mettono in luce il carattere culturale (e non solo economico e sociale) della crisi che viviamo. Invitano a riflettere tutti, anche coloro che non sono baciati dalla fede, come il sottoscritto, evitando di ricorrere ai facili richiami ai numerosi errori compiuti dalla Chiesa cattolica, come, ad esempio, l’ultimo scandalo che riguarda lo IOR. Non vi è alcun dubbio che l’attuale crisi economica, che sta intaccando le prospettive di vita di molte famiglie e di molti giovani, non può essere solo risolta con alcune misure di politica economica. La crisi richiede un riorientamento di tutto il modo di pensare sviluppatosi con la globalizzazione dell’economia e con l’affermazione del neoliberismo. Bisogna riuscire di nuovo a pensare che l’economia è uno strumento che serve al miglioramento del benessere e non un obiettivo fine a stesso, come è accaduto negli ultimi anni. Ciò vuol dire che bisogna avere cura che essa possa funzionare e quindi non bisogna sottovalutare gli strumenti necessari a questo scopo. Occorre però anche essere consapevoli che la crisi attuale ha origini strutturali. Tra esse, oltre all’abnorme funzionamento del sistema finanziario, vi è proprio l’aumento delle diseguaglianze sociali, che si riscontra in tutti i Paesi di vecchia industrializzazione, e la rivoluzione del mercato del lavoro con l’aumento della disoccupazione e della precarietà che incidono sulla qualità e sulle prospettive di vita di ogni persona. Queste tesi sono sempre più abbracciate dai maggiori economisti, da Stiglitz a Krugman, che non credono più che sia possibile un’uscita dalla crisi solo attraverso manovre di politica monetaria o fiscale. Occorre ripensare il modo di funzionare del sistema. Si tratta di un’operazione estremamente difficile, ma che deve cominciare dalle nostre teste. E dovrebbe cominciare dal constatare che le misure finora adottate non vanno in questa direzione, ma tendono principalmente a salvare il sistema finanziario. Si sono stanziati miliardi per salvare le banche, ma si è fatto poco o niente contro la disoccupazione. D’altro canto, si richiede maggiore flessibilità da parte dei lavoratori, che vuol dire minori salari e maggiore precarietà, ma quale è il limite? Dobbiamo adottare salari cinesi per sostenere le nostre economie? A fronte di ciò si scopre (o meglio viene confermato) che grandi multinazionali, come Apple, Google, ecc., pagano imposte irrisorie rispetto ai loro utili, grazie ad operazioni di ingegneria fiscale internazionale. Queste istanze oggi vengono “cavalcate” dai movimenti nazionalisti, che colgono nella globalizzazione e nell’Europa la causa della crisi. La sinistra sembra assente da questo dibattito e appare al rimorchio delle poteri forti finanziari ed economici, che stanno facendo strame anche delle nostre istituzioni democratiche. E’ facile prevedere che le tesi di questi movimenti nazionalistici conquisteranno sempre maggiore consenso (soprattutto in Europa) di fronte al vuoto delle proposte delle altre correnti politiche. Anche in quest’ottica devono essere lette e valorizzate le parole del Papa che invitano a riflettere sui mali delle nostre economie e delle nostre società. L’attuale crisi non è soltanto strettamente economica, ma è ben più profonda. Occorre ripensare il rapporto tra persona umana, economia e istituzioni democratiche.
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