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Non basta la Bce a far uscire l'Europa dalla crisi
Redazione
12 anni fa
La crisi di Eurolandia è destinata ad assumere un carattere sempre più politico come dimostra la caduta del Governo francese

La spaccatura del Partito socialista e la caduta del Governo francese sono gli ultimi episodi che segnano la riapertura della crisi dell’euro. Sono l’inevitabile conseguenza della stagnazione dell’economia europea, confermata dalla crescita zero del secondo trimestre, e della caduta in deflazione di Eurolandia. Di fronte al fallimento delle politiche seguite negli ultimi anni e terrorizzati dalla prospettiva di avvitarsi sempre più nella crisi, la leadership europea e il mondo finanziario chiedono alla Banca centrale europea di cominciare a stampare moneta a più non posso, seguendo l’esempio del Quantitative Easing statunitense, e i Governi francese ed italiano a varare al più presto delle riforme strutturali delle loro economie. Attraverso queste misure, a loro parere, l’Europa ritroverà la strada della ripresa. Non vi è nulla di più falso. L’uscita dalla crisi che si protrae ormai da sei anni può avvenire attraverso un radicale cambiamento delle politiche economiche. Cerco di spiegarmi.

In primo luogo, è controversa la conclusione che il Quantitative Easing americano, ossia l’acquisto di titoli statali e di obbligazioni in cui erano impacchettati diversi tipi, sia stato un fatto determinante per dare agli Stati Uniti l’attuale ripresa che è sia modesta sia molto fragile. E’ comunque certo che una politica simile in Europa è di difficile attuazione a causa delle caratteristiche della zona euro e soprattutto che non darebbe risultati apprezzabili. La difficoltà di attuazione è evidente: non essendoci uno Stato unitario alle spalle dell’euro, la Bce non potrebbe acquistare solo titoli dei Paesi europei in difficoltà per non essere accusata di trasferire risorse da una parte della regione all’altra, ma dovrebbe acquistare titoli in base al peso percentuale di ogni economia europea. Quindi, l’intera operazione non avrebbe grande successo. Ma il fattore più importante è che i tassi di interesse anche di Paesi come la Grecia o l’Italia sono già a livelli minimi e quindi le loro difficoltà non sono da ascrivere ad un costo del denaro eccessivo o a una mancanza di liquidità dei mercati. Inoltre in Europa, diversamente dagli Stati Uniti, il canale privilegiato del finanziamento dell’economia è il credito bancario (e non il mercato dei capitali). E il volume dei prestiti bancari in Europa si sta contraendo non per una mancanza di liquidità delle banche, ma per altri motivi: una diminuzione della domanda di crediti delle imprese in buone condizioni finanziarie, poiché si restringono le prospettive di investimento e di espansione, e un aumento della richiesta di credito da parte delle imprese in difficoltà, che viene molto frequentemente respinta per paura di un ulteriore aumento delle sofferenze. Le banche europee non hanno infatti problemi di liquidità (e quindi a poco serviranno i finanziamenti allo 0,25% che la Bce si appresta ad accordare alle banche europee in cambio di un aumento dell’attività creditizia), ma un problema di capitale, che foirse emergerà nei prossimi stress test della Bce.

L’unico effetto positivo per l’economia reale di un Quantitative Easing europeo è l’indebolimento dell’euro, che sta già avvenendo, e che favorirebbe le esportazioni europee. Quello fortemente negativo sarebbe l’ulteriore rigonfiamento della bolla dei mercati azionari e obbligazionari. Questo è anche il motivo per il quale un Quantitative Easing europeo viene invocato dal settore finanziario.

L’altra ricetta di Bruxelles riguarda le cosiddette riforme strutturali. In merito bisogna sottolineare che le riforme strutturali non producono effetti immediati sull’economia e soprattutto che le riforme invocate riguardano soprattutto la deregolamentazione del mercato del lavoro, ossia un tipo di riforme che provocherebbe un ulteriore aumento della disoccupazione e un’ulteriore contrazione dei salari, ossia esattamente l’opposto di quanto sarebbe necessario. Basti ricordare che sia negli Stati Uniti sia in Gran Bretagna l’aspetto che preoccupa maggiormente è la scarsa dinamica salariale che indebolisce i consumi e quindi la crescita economica. E arriviamo al dunque

Per uscire dalla crisi occorre un’altra politica economica, che non sia improntata all’austerità di stampo tedesco o alle riforme liberiste di stampo americano. Nell’immediato privilegiare gli investimenti pubblici e rinviare al momento in cui la ripresa si è consolidata la riduzione dei debiti pubblici; una vera riforma del sistema bancario e finanziario (predendo anche forme di controllo del movimento dei capitali); politiche tese a dare stabilità al mercato del lavoro e a ridurre le crescenti ineguaglianze sociali e infine occorre preparare ed attuare lo smantellamento dell’euro che si è dimostrata un’area economica non ideale e che è una camicia di forza che condanna l’Europa al declino e ad una perpetua crisi.

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