
Matteo Renzi fa buon viso a cattivo gioco e plaude alla decisione della Commissione europea di concedere uno sconto di circa 14 miliardi di euro al programma di contenimento del deficit pubblico italiano concordato con Bruxelles. Si tratta comunque di una patata avvelenata. Infatti la Commissione si è riservata di attuare una verifica dei conti pubblici ad ottobre. Secondo alcuni, questa verifica potrebbe costringere il Governo ad attuare una manovra correttiva che potrebbe arrivare ad una quarantina di miliardi. Ma questi sono giochi politici e di equilibrio tra Roma e Bruxelles e quindi tutto è possibile, come dimostra anche il caso della Spagna e di altri Paesi europei che non hanno rispettato gli impegni presi con Bruxelles e volti al risanamento dei conti pubblici.
Quello che deve invece preoccupare Matteo Renzi sono le condizioni in cui versa l’economia e il sistema bancario italiano. Per quanto riguarda l’economia, secondo l’Istat nel primo trimestre di quest’anno la crescita del PIL è stata dello 0,3% e la previsione per l’intero 2016 è di un’espansione dell’1,1%, inferiore di un decimale rispetto a quella del Governo. Sembra un risultato soddisfacente dopo un 2015 in cui la crescita si è fermata allo 0,8% e dopo anni di recessione, ma in realtà non lo è. Innanzitutto il PIL italiano non ha ancora ritornato ai livelli precedenti la crisi finanziaria del 2008, contrariamente ad Eurolandia che all’inizio di quest’anno ha raggiunto questo obiettivo. La crescita italiana continua dunque ad essere molto modesta anche nei confronti degli altri Paesi europei e soprattutto – ed è questo l’aspetto più grave – resta modesta nonostante le condizioni internazionali estremamente favorevoli. Infatti negli ultimi anni l’economia italiana avrebbe dovuto beneficiare del calo del prezzo del petrolio, del ribasso del tasso di cambio dell’euro e della politica monetaria della Banca centrale europea. Mario Draghi sembra infatti aver impostato la politica della Bce proprio sull’obiettivo di salvare l’Italia. I continui acquisti di obbligazioni hanno infatti permesso di deprimere il costo del servizio del debito pubblico e soprattutto di aiutare il sistema bancario italiano, che era pieno di titoli statali che ha potuto vendere alla Bce a prezzi superiori realizzando utili. Inoltre le continue iniezioni di denaro a condizioni estremamente favorevoli hanno alleggerito i problemi di liquidità delle banche italiane e hanno anche permesso di abbassare i tassi alla clientela (imprese e famiglie). Ma tutto ciò non è bastato per imprimere un colpo di accelerazione alla crescita che assomiglia in realtà ad una stagnazione e a ridurre in modo reale e significativo la disoccupazione che è nettamente superiore ai dati diffusi dall’Istat. E infatti continua a mancare la fiducia nel futuro, nonostante le grandi capacità di illusionista di Matteo Renzi. La conferma è che gli investimenti esteri nel Paese si contano sulle dita di una mano, mentre è difficile fare l’elenco dei grandi nomi dell’industria italiana che hanno venduto le loro attività e che preferiscono quindi scommettere su aleatori investimenti finanziari piuttosto che sull’investimento nelle loro attività produttive.
Anche il sistema bancario non sta affatto bene. Il fondo Atlante, costituito per ricapitalizzare le banche in difficoltà e per comprare pacchetti di prestiti in sofferenza, è già a corto di liquidità. Infatti dato che gli investitori privati non si sono fatti avanti, ha dovuto spendere un miliardo e 500 milioni per ricapitalizzare la Banca Popolare di Vicenza, spenderà un altro miliardo per Veneto Banca e quindi il suo fondo di 4,25 miliardi si è subito sensibilmente ridotto. I mezzi sono diminuiti e non sono sufficienti per aiutare altri istituti con l’acqua alla gola come la Banca popolare di Milano e il Monte dei Paschi di Siena e per affrontare il problema dei 200 miliardi di prestiti in sofferenza ancora nei bilanci delle banche. Infatti alcuni analisti sostengono che gli accantonamenti fatti dalle banche per queste sofferenze sono insufficienti e vi sono ancora almeno 80 miliardi di euro di cattivi debiti nascosti nei bilanci. Indubbiamente questo non è un problema solo italiano, ma dell’intero sistema bancario europeo, ma non si capisce con la bassa crescita economica, con la sfiducia degli investitori (che continuano a vendere i titoli bancari e a non sottoscrivere gli aumenti di capitale e l’assottigliarsi della liquidità del fondo Atlante come ne uscirà l’Italia. Anche perché il fondo Atlante è in realtà la classica catena di Sant Antonio, in cui le banche che stanno meno peggio finanziano le banche che stanno male.
Per uscire da una situazione del genere ci vuole proprio lo stellone italiano e non bastano le capacità illusionistiche di Matteo Renzi. L’Italia è oggi il vero malato d’Europa. Le sue condizioni sono oggi stazionarie grazie alla politica monetaria di Mario Draghi. Il suo debito pubblico, che ha già raggiunto i 2'228 miliardi di euro, è probabilmente destinato a crescere anche quest’anno e la sua economia non dà grandi segnali di ripresa. Non sorprende che gli imprenditori italiani vendano le loro società, che circa 100mila giovani emigrino cercando fortuna all’estero e che intere regioni del Paese (soprattutto, ma non solo, al Sud) stiano vivendo una vera e propria depressione. Da questa situazione non ci si risolleva con le riforme di Matteo Renzi anche perché il Paese sembra rassegnato e, quindi, di fatto accetti questo declino.
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