
Grazie al gioco delle tre carte l’economia italiana è più grande e, di conseguenza, il rapporto tra deficit pubblico e PIL è inferiore. Il trucco contabile, a dire il vero, non è stato escogitato a Roma. Le nuove norme sono europee. Si potrebbe sostenere che è una componente della nuova flessibilità di Bruxelles. Infatti l’Unione ha deciso di rivalutare le spese per la ricerca, quelle usate per valutare l’ampiezza dell’economia sommersa (lavoro nero, ecc.) e di inserire nel calcolo del PIL le attività illegali (dalle attività di stampo mafioso, alla prostituzione fino al contrabbando di sigarette). Dunque, l’intera economia europea grazie a queste innovazioni contabili è più grande e quindi, come d’incanto, appare meno malata. Dato che l’obiettivo di ogni Governo è la crescita più alta possibile del PIL, oggi si può affermare che è utile promuovere le attività di Cosa Nostra, della Camorra e della mafia calabrese. In questo modo si ottiene il fallace risultato statistico di aver migliorato il benessere di un Paese. La realtà non è questa, ma questa revisione dei metodi di calcolo del PIL mette in rilievo tutti i limiti (peraltro già conosciuti e ampiamente discussi) del feticcio rappresentato dal PIL. Ma torniamo alle conseguenze di questi cambiamenti per l’Italia.
In un battibaleno il PIL italiano è cresciuto del 3,7%, pari a 59 miliardi di euro, ed ammonta ora a 1638,9 miliardi di euro. Il sommerso e le attività illegali rappresentano il 12,4% dell’economia italiana. L’economia sommersa ammonta a 187 miliardi, pari all’11,5% dell’intera economia (occorre ricordare che era già calcolata nel PIL italiano e che sono state solo ampliate le sue dimensioni). Aggiungendo le attività illegali si arriva appunto al 12,4% ossia a 200 miliardi di euro. Queste attività illegali vengono valutate in questo modo: 10,5 miliardi di euro per il commercio di droga, 3,5 miliardi la prostituzione e 0,3 miliardi il contrabbando di sigarette. Grazie a questo esercizio il rapporto deficit/PIL migliora dello 0,2% e dà maggiore spazio di manovra a un Governo Renzi in visibile difficoltà. La strategia del politico fiorentino si fondava sulla previsione di una ripresa dell’economia europea nella seconda parte di quest’anno che avrebbe dovuto rilanciare l’economia italiana e dare allo stesso Matteo Renzi la possibilità, da un canto, di attribuirsene il merito e, dall’altro, di varare provvedimenti mirati a consolidare e ad aumentare il suo consenso elettorale. Quindi Matteo Renzi ha trascurato la crisi economica italiana per concentrarsi sulle riforme istituzionali (Senato e legge elettorale). Ora si trova con la “peppa tencia” in mano. La ripresa europea non c’è, l’Italia è ripiombata in recessione e le tensioni con la Russia rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione. Per Matteo Renzi la prossima Legge di stabilità si prospetta un esercizio elettoralmente costoso. Infatti non esistono quelle risorse supplementari che avrebbero reso possibile ridurre la pressione fiscale senza operare quei tagli alla spesa pubblica molto costosi elettoralmente. Il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici è l’esempio più chiaro dell’attuale “sofferenza” di Matteo Renzi che non può contare su Bruxelles e su Francoforte. La richiesta di maggiore flessibilità nella valutazione dei conti pubblici sembra destinata ad essere respinta al mittente. D’altro canto, i provvedimenti della Banca centrale europea non sono destinati a incidere in modo significativo sull’economia italiana, che potrà godere unicamente di un certo sollievo per l’industria di esportazione grazie alla svalutazione dell’euro.
Tutto ciò induce a ritenere che contrariamente alle rassicurazioni degli analisti finanziari questo autunno rischia di essere molto caldo a tal punto da riaprire la crisi dell’euro. L’area più critica è rappresentata molto probabilmente dalla Francia che si avvia ad operare tagli consistenti della spesa pubblica con un Presidente che ha perso gran parte della sua credibilità. E saranno proprio le prevedibili tensioni sociali sia in Francia sia in Italia a riproporre la discussione su una moneta unica europea, che sta producendo il bel risultato di accentuare la crisi economica, sociale e politica del Vecchio Continente.
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