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L’ultima notte al campo base
L’ultima notte al campo base
L’ultima notte al campo base
Redazione
7 anni fa
Una delle novità del ‘72esimo Pardo è stata il riutilizzo della caserma di Losone

Entriamo dal cancello dell’ex installazione militare ed attraversiamo il piazzale. Per le persone che hanno esercitato i loro doveri da cittadini è il fulcro della vita da caserma, con ricordi che riaffiorano tra i cordoli delle aiuole. Correre, pulire gli scarponi, l’appello mattutino. Il silenzio trapela dagli alberi: niente allarmi, diana o presa della bandiera. Abbiamo conosciuto la caserma di Losone come campo d’internamento per clandestini: anche questa «epoca» è passata per l’immenso stabile.

Lo staff di Stefano Knuchel, responsabile del progetto, si è ritrovato quindi con una caserma letteralmente vuota: niente suppellettili, sporco lasciato dagli «ex inquilini», perdite d’acqua, grane con l’impianto elettrico.Il nullaosta dal comune per adibire lo spazio a centro culturale arriva appena due mesi fa. Poco, pochissimo tempo per far funzionare tutto.

L’idea

Knuchel ha voluto costruire un centro culturale temporaneo: come varie iniziative private comparse nei mesi precedenti, l’idea consta nel permettere ad artisti emergenti, studenti e simpatizzanti in generale di poter dormire negli stessi spazi dove è anche possibile produrre, costruire installazioni e realizzare performance artistiche. Delle linee guida generali, un corpo di sicurezza per prevenire eventuali disguidi, una mensa ed una rivista. Questo è lo scheletro di Basecamp.

Tutto ciò che vi stiamo per descrivere invece, è stato realizzato dai fruitori dello spazio accorsi da ogni parte del globo; lo stesso Knuchel commenta così:“Quest’ultima sera non posso che lasciarmi sorprendere: l’arte in questo spazio è diventata un virus che si è espanso in tutta la caserma, coinvolgendo tutti. Non so cosa abbiano (loro, i giovani ) in programma, ma è spontaneo, genuino quello che vedremo!”

Una fiducia ampiamente ripagata.

Entriamo nel corridoio e cominciamo a percorrere le stanze. La toilette ora ha foto (una cinquantina per darvi un numero) di seni femminili e non impiastrati di gesso, una sorta di grande defecazione percorre il pavimento ed in un angolo scorgiamo una fotografia di una donna nuda vicina ad un sasso. Foto fatte dai fruitori dello spazio, con soggetti i fruitori stessi.

Giulia, membro dello staff del Basecamp ci spiega che un gruppo di ospiti ha deciso prendere i calchi dei capezzoli (documentando il tutto perché il processo produttivo è già creativo in sé) di vari volontari in modo del tutto spontaneo, per poi creare un’installazione.

In una delle sale seguenti troviamo cuscini, proiettori ed una persona che esegue musica sperimentale. Una miriade di persone erano lì a riposare, a perdersi in se stessi coccolati da immagini e rumori elettronici perlopiù gradevoli alla Michel-Jarre, o Vangelis.

Continuiamo a percorrere l’immenso corridoio dove uno strobo è appena stato piazzato. È il segnale che qualcosa sta per avvenire. C’è ancora tempo prima della performance.

Quadri, scritte, graffiti, scotch art contraddistinguono questo piano. Le premesse sembrano ottime, tanto da seguire la freccia (rigorosamente scotchata per terra) che indica un ‘di sotto’.Scendiamo le buie scale dell’impianto, chiedendoci cos’altro possano essersi inventati questi eterogenei esseri nel basamento dell’edificio.

Una distesa di capezzoli di gesso. ordinatamente appesi. La performance deve aver avuto un ottimo riscontro di volontari se son riusciti a riempire un intero stenditoio militare.

Nelle stanze seguenti vediamo altre installazioni sperimentali, plastica degli alimenti, graffiti. Non avrebbe senso descrivere ciò, ne tanto meno provare a dargli una spiegazione. Decidiamo quindi di lasciarci stupire dalle emozioni che suscitano: stupore, curiosità, perplessità.Basecamp necessiterebbe di molte righe in più per essere descritto.

Torniamo al ‘di sopra’: lo spettacolo sta per iniziare: gente che corre ad avvertire un po’ in tutte le lingue che la musica sta per iniziare. Un prete sta per iniziare la messa, la messa rap. Roba degna del film ‘The Blues Brothers’ per l’atmosfera generale di delirio.Alla domanda se per lui fosse possibile coniugare penitenza, Gesù e musica rap il nostro giovine emissario di Dio non esita: Assolutamente.

Ci congediamo, ma non prima di scambiare un’ultima battuta con Knuchel. Ci sarà di nuovo il Camp?Sì.

Questo virus negli scorsi mesi ha trovato terreno fertile, vedremo se la prossima estate sarà endemica: una nuova forma di aggregazione lasciando libertà ed abrogando scalette, programmi e burocrazia. Si riuscirà a cogliere il valore di tutto ciò?

M.P. Taiana

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