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L'Europa e la paura della deflazione
Redazione
12 anni fa
Non è con la politica monetaria che si rilancia la crescita europea e si combatte la deflazione

L’Europa è di nuovo di fronte ad un burrone. Il baratro non è creato dai mercati finanziari che, stracolmi di liquidità, premiano anche i titoli pubblici dei Paesi europei in maggiore difficoltà, permettendo la diminuzione dei tassi di interesse, ma è la crisi economica che attanaglia il Vecchio Continente e che fa presagire a Mario Draghi un lungo periodo di stagnazione economica accompagnato da un’inflazione molto bassa (attualmente è allo 0,5%). La risposta è quella che ha caratterizzato questa crisi a livello internazionale: stampiamo moneta e compriamo titoli sui mercati finanziari. Il risultato sarà un nuovo grande regalo alle banche e al settore finanziario, che già lo stanno pregustando, con scarsi o nulli effetti positivi sull’economia reale e, quindi, sulla crescita, sulla disoccupazione, ecc. Ma procediamo con ordine.

Il Fondo Monetario Internazionale urla al pericolo di deflazione in Europa e invita la Banca centrale europea a rompere gli indugi e ad agire. L’FMI desidera che Eurolandia vari al più presto un piano di Quantitative Easing simile a quello della Federal Reserve americana. Ma è veramente attraverso la stampa di moneta usata per acquistare titoli obbligazionari pubblici e privati che si combatte la deflazione? Vi è più di un motivo per dubitarne. Infatti il raffreddamento della dinamica dei prezzi e dei salari in Europa è il frutto naturale delle politiche economiche del Vecchio Continente. L’obiettivo di risanare i conti pubblici ha frenato la crescita e ha costretto i Paesi meno virtuosi ad adottare severe misure di austerità che hanno spinto le loro economie in recessione. La crescita modesta di alcuni Paesi e la recessione di altri è il principale motivo del calo dell’inflazione. Ve ne è anche un secondo, che non deve essere trascurato. Le economie dei Paesi mediterranei devono recuperare competitività rispetto a quella tedesca. In un’Unione monetaria, che non permette più il ricorso alla svalutazione, il recupero di competitività può avvenire solo attraverso la compressione dei costi di produzione. E’ ovvio che se il tasso di inflazione del Paese di riferimento, ossia della Germania, si aggira attorno all’1%, gli altri Paesi sono di fatto costretti per recuperare competitività a spingere al ribasso i loro prezzi e i loro salari. E’ quanto sta avvenendo, ad esempio, in Spagna. Quindi l’attuale bassa inflazione europea è il frutto inevitabile di queste politiche che potrebbero portare effettivamente anche a una vera e propria deflazione, come teme l’FMI.

Quindi, dovrebbe essere logico rivedere queste politiche. Ad esempio, allentando o rinviando nel tempo i requisiti di bilancio dei Paesi in particolare difficoltà, tra i quali primeggiano oggi Italia, Francia e Spagna. Oppure ancora varando un grande piano di investimenti pubblici a livello europeo. Nulla di tutto ciò è all’orizzonte. La proposta avanzata dall’FMI e condivisa dalla Banca centrale europea è invece di seguire il modello americano, ossia di stampare moneta per acquistare obbligazioni sul mercato dei capitali (come noto, la Fed sta ora gradualmente ridimensionando l’entità di queste acquisti mensili). Il risultato di questa politica monetaria è molto discusso anche negli Stati Uniti. Infatti ha mantenuto molto bassi i tassi di interesse, ha aiutato la borsa che ha stabilito nuovi primati storici, ma non ha avuto una grande influenza sulla crescita dell’economia statunitense. Inoltre, in Europa un programma del genere non darebbe grande impulso all’economia reale, poiché i tassi di interesse sono già a livelli molto bassi e poiché il finanziamento delle imprese avviene prevalentemente attraverso il credito bancario e non attraverso il mercato dei capitali, come succede invece negli Stati Uniti. Inoltre in Europa si dovrebbe operare una difficile scelta politica dei titoli da acquistare per non favorire un Paese rispetto ad un altro. Anche dare di nuovo ulteriore liquidità alle banche non sembra una via opportuna. Come ha dimostrato l’esperienza degli ultimi anni, la liquidità concessa alle banche non si è tradotta in un aumento dei crediti alle imprese. L’unico effetto positivo potrebbe essere quello di spingere al ribasso il tasso di cambio dell’euro, ma questo risultato si potrebbe ottenere anche attraverso altri strumenti.

Ma allora perché si vuole ricorrere a questo strumento? Le spiegazioni possono essere diverse. La prima è che l’attuale impalcatura dell’euro non concede grandi spazi di manovra alternativi. In particolare non permette di far leva sulla politica fiscale (investimenti pubblici, taglio delle imposte, ecc.) che produrrebbe sicuramente risultati migliori. La seconda, ed è quella che ci deve preoccupare maggiormente, è che lo stato di salute del sistema bancario e finanziario è molto precario. Quindi, c’è bisogno di iniettare nuova liquidità, soprattutto ora che la Fed stampa meno, per sostenere l’intero castello di carte ed evitare che crolli. In altri termini, occorre di nuovo aiutare il sistema finanziario e l’intera struttura su cui si regge l’euro e lo si farebbe sostenendo che si sta combattendo la deflazione.

Il tutto rischia di essere un’altra presa in giro. In Europa la crisi c’è, il pericolo di deflazione è reale e l’urgenza di rilanciare la crescita economica è indiscutibile. Per ottenere questi obiettivi bisogna però rompere la gabbia costruita per l’euro. E’ quanto sempre più persone capiscono, come si constaterà scorrendo i risultati delle prossime elezioni europee. Esse, comunque, non saranno sufficienti a provocare una svolta politica. Per ottenere questo effetto, occorre che il Vecchio Continente sia posto di fronte ad un baratro. Ed in effetti siamo sempre più vicini ad un burrone, rappresentato da deflazione e da continua bassa crescita.

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