
Sono molto cupe le prospettive economiche dell’area dell’euro per i prossimi dieci anni e il Vecchio Continente rischia di entrare in un lungo periodo di crescita inferiore rispetto agli Stati Uniti e quindi di sostanziale declino economico. E’ quanto sostiene il Rapporto trimestrale su Eurolandia della stessa Commissione europea (Volume 12 numero 4) che può letto dal sito http://ec.europa.eu/economy.finance/publications. Si prevede infatti che se non vi saranno sostanziali riforme strutturali la crescita potenziale di Eurolandia si aggirerà attorno all’1% annuo nei prossimi dieci anni, ossia crescerà ad un tasso nettamente inferiore al periodo che ha preceduto l’ultima crisi finanziaria (circa un punto percentuale in meno), che il miglioramento del tenore di vita della popolazione sarà la metà di quello che conseguiranno gli Stati Uniti, che nell’area dell’euro nei prossimi dieci anni il PIL pro capite aumenterà nell’area dell’euro dell’1% (mentre negli Stati Uniti vi sarà un aumento annuo del 2,5%) e infine che Eurolandia rischia di ritrovarsi nel 2023 con un tasso di disoccupazione superiore a quello degli anni che hanno preceduto l’ultima crisi.
Questo scenario elaborato dalla stessa Commissione europea appare assolutamente realistico. Le previsioni del rapporto vengono determinate da tre fattori: il primo è rappresentato dal calo dell’aumento della produttività, manifestatosi già prima della crisi finanziaria; il secondo è la conseguenza della stessa crisi che ha visto nei cinque anni che vanno dal 2009 al 2023 una contrazione media annua del PIL europeo dello 0,5% e, infine, il terzo fattore è dovuto all’influenza negativa dell’invecchiamento della popolazione. Questi tre fattori – stando a Bruxelles – sono all’origine della perdita di dinamismo dell’economia del Vecchio Continente.
Questo studio è tuttavia viziato. In primo luogo, nell’analisi dell’andamento dell’economia europea non fa nemmeno un piccolo accenno all’influenza dell’introduzione dell’euro sull’andamento delle economie dei Paesi europei e ancora meno sulle politiche di austerità seguite dopo lo scoppio della crisi dei debiti pubblici. Quindi non vi è alcuna spiegazione sui motivi che hanno rallentato la crescita della produttività e ancor meno sul fatto che la crescita dell’economia europea comincia a tentennare già prima dello scoppio della crisi finanziaria dell’autunno del 2008. In secondo luogo, lo studio ha l’evidente scopo di perorare la necessità di quelle riforme strutturali auspicate dall’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca centrale europea. Esse sono la riforma del mercato del lavoro con provvedimenti che tendano ad eliminare le misure che frenano i licenziamenti, una maggiore liberalizzazione dei principali settori economici e via dicendo. Solo seguendo queste ricette, stando a questo rapporto, la zona dell’euro potrà sfuggire alla condanna di una crescita insoddisfacente e al suo declino rispetto alle altre aree del mondo.
Questi “difetti” (o, se si vuole, pregiudizi) del rapporto non sono di secondaria importanza. Non vi è dubbio che l’introduzione dell’euro ha provocato notevoli distorsioni economiche soprattutto nei Paesi che poi si sono ritrovati in maggiore difficoltà. Il beneficio iniziale di tassi di interesse inferiori al passato è stato totalmente sprecato da Spagna ed Irlanda, che hanno sfruttato il basso costo del denaro per alimentare la loro bolla immobiliare. Questa cattiva allocazione delle risorse ha sicuramente inciso negativamente sulla produttività. L’opportunità offerta dal basso costo del denaro è stata sprecata anche da Italia, Grecia e Portogallo e anche dalla Francia che hanno pensato che i loro livelli di debito pubblico fossero sostenibili.
Ancor maggiormente evidente è l’effetto dell’Unione monetaria europea nella risposta alla crisi finanziaria e soprattutto alla successiva crisi dei debiti sovrani. La moneta unica ha infatti reso rigida la risposta europea, prescrivendo le medesime medicine a Paesi che si trovavano in situazioni economiche sostanzialmente diverse e che non avevano piu’ autonomia monetaria e che quindi non potevano usare né l’arma della svalutazione né quella di far fungere il ruolo di prestatore di ultima istanza alla propria banca centrale. Inoltre la risposta europea alla crisi è stata sostanzialmente diversa da quella statunitense. Negli Stati Uniti si è cercato di rilanciare l’economia con un grande pacchetto di stimolo fiscale e con politiche monetarie ultra-espansiva. In Eurolandia, dal punto di vista monetario, si è cincischiato e a livello fiscale sono state adottate politiche di rigore che non solo non hanno favorito la ripresa, ma nemmeno sono riuscite a migliorare in modo sostanziale i conti pubblici. In altre parole, è stato un quinquennio negativo a tutti i livelli con una contrazione media annua del PIL europeo dello 0,5%, come ricorda la stessa Commissione europea.
L’euro influenza anche il futuro. Infatti la moneta unica europea non è l’espressione di un’area economicamente omogenea. Quindi la politica monetaria continuerà a favorire alcuni Paesi a scapito degli altri. Inoltre costringerà i Paesi in difficoltà a feroci politiche deflazionistiche con significative riduzioni dei livelli salariali per riconquistare competitività che incidono negativamente sulla domanda finale. Non a caso l’inflazione in Europa tende a diminuire a dimostrazione che vi è una scarsità di domanda, ossia detta in altri termine che vi è un’insufficienza di consumi ed investimenti, come attestano tutti i dati macroeconomici, che vanno dalla contrazione dei crediti bancari alla diminuzione degli investimenti fino al forte aumento della disoccupazione. E’ quindi fortemente discutibile che un’ulteriore liberalizzazione dei mercati e soprattutto delle regole del mercato del lavoro europeo possano rilanciare la crescita.
Il problema centrale è quello completamente dimenticato da questo rapporto: esso si chiama euro e politica economica europea. La moneta unica europea sta favorendo quelle forze che propugnano un ridimensionamento dello stato sociale europeo e sta di fatto contribuendo ad allargare la fascia dei poveri e ad allargare le diseguaglianze sociali. L’euro sta inoltre agendo come una camicia di forza che incrementa le tendenze recessive. Quindi, hanno ragione gli esperti di Bruxelles a temere una lunga stagnazione dell’Europa. L’errore è che hanno dimenticato di indicare la causa prima della condanna al declino economico del Vecchio Continente. Ma molto probabilmente verrà rammentata dai cittadini nelle prossime elezioni europee.
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