
La famosa Lex americana sembra ormai destinata ad essere respinta dopo il no all’entrata in materia del Consiglio Nazionale. Debbo subito ammettere che questo risultato mi ha sorpreso. Pensavo che il deciso sostegno del settore bancario avrebbe dovuto pesare e far sì che anche al Nazionale, come era già successo al Consiglio degli Stati, si sarebbe prodotta una risicata maggioranza a favore di questo testo di legge. Credo che questo “scatto di orgoglio” dei nostri parlamentari sia anche dovuto alla convinzione che il Consiglio federale con appositi decreti d’urgenza possa consentire alle banche di consegnare agli Stati Uniti i dati richiesti. Secondo Eveline Widmer Schlumpf, ciò non possibile (non esisterebbe una base legale), ma si sa che in questi campi si possono inventare soluzioni nuove. Ora si tratta di capire quale sarà la reazione di Washington. Più in particolare, si dovrà vedere se il Governo americano prenderà delle misure di ritorsione che potrebbero anche condizionare l’attività dei nostri istituti di credito, come l’esclusione dal mercato del dollaro. E’ infatti probabile che il confronto con gli Stati Uniti diventi più aspro e che – volente o nolente – vengano ancora coinvolte le istituzioni elvetiche soprattutto poiché nel mirino delle autorità americane vi sono anche alcune banche cantonali. E’ comunque inutile prevedere quali saranno le prossime mosse americane. Più importante è soffermarsi sulle prevedibili conseguenze economiche e politiche di questa vicenda. Dal punto di vista economico, è pressoché certo che le banche svizzere, attualmente nel mirino di Washington, saranno chiamate a pagare complessivamente multe per una decina di miliardi di franchi. Per dare un’idea dell’entità di questa cifra, basta ricordare che corrisponde a circa l’1,5% del PIL del nostro Paese. Si tratta di una somma colossale che potrà essere saldata senza eccessivi patemi d’animo da alcune banche, ma che potrebbe mettere in ginocchio alcuni istituti di piccole e medie dimensioni. Questa preoccupazione è probabilmente condivisa dalla Banca Nazionale, la quale si è affrettata negli scorsi giorni a dichiarare di non essere disposta a salvare altri istituti dopo il salvataggio di UBS. In ogni caso questa decina di miliardi di franchi decurteranno gli utili delle banche che pagheranno per alcuni anni meno imposte e quindi incideranno negativamente sui conti di Confederazione, Cantoni e Comuni. Dunque le conseguenze economiche dell’avventura in terra americana non le sentirà solo il settore bancario, ma l’intera economia del Paese. Sul piano politico vi è da interrogarsi se il no agli Stati Uniti rafforzerà o indebolirà la posizione negoziale del nostro Paese nelle trattative fiscali con l’Unione Europea e all’interno dell’OCSE. Secondo molti politici, il fatto che Berna abbia cominciato a dire no rafforza la nostra posizione. Secondo altri, il no elvetico rischia di rafforzare l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa, esponendo il nostro Paese a pericolosi rischi. Personalmente ritengo più probabile la seconda ipotesi, anche perché – come conferma l’ultimo G8 – sembra cementarsi tra i Grandi una volontà ferma e decisa di lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale non solo delle persone fisiche, ma anche delle società. Il nostro Paese è finito in un vicolo cieco e rischia paradossalmente un conflitto con la comunità internazionale su un segreto bancario che sia le banche svizzere sia le nostre autorità politiche non hanno più voglia di difendere. Bisognava agire d’anticipo e ottenere contropartite in cambio dell’abbandono del segreto bancario. Invece ora rischiamo di dover cedere senza ottenere nulla in cambio.
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