
Il fallimento della conferenza di Doha per congelare la produzione del petrolio e quindi spingere il prezzo del greggio verso l’alto non è dovuta all’Iran, ma a una partita senza esclusione di colpi tra Arabia Saudita e Congresso americano. Infatti il ministro degli esteri di Riad, Adel al-Jubeir, ha avvertito Washington che i sauditi venderanno titoli di Stato statunitensi e altri investimenti nel Paese, se passerà il disegno di legge presentato dal senatore democratico Charles Schumer e quello repubblicano James Cornyn teso a togliere il segreto imposto dal presidente Bush e poi da Obama su 28 pagine del Rapporto di inchiesta del Congresso sull’attacco terroristico dell’11 settembre.
L’attuale presidente americano, che si recherà nei prossimi giorni a Riad, continua ad accettare il ricatto saudita e si sta battendo per evitare che il Congresso “desecreti” le pagine del Rapporto che documentano il ruolo saudita nell’attacco alle Torrri gemelle. Riad teme che togliere il coperchio sul ruolo svolto da al alti rappresentanti del Regno nell’attacco di Al Qaeda potrebbe portare al congelamento degli averi sauditi negli Stati Uniti (si stima che si aggirino attorno ai 700 miliardi di dollari) per compensare le vittime. Quindi, vi è “Stato canaglia e “Stato canaglia” per Washington. L’Arabia Saudita deve essere protetta per il ruolo geostrategico del Paese, per i suoi investimenti negli Stati Uniti e soprattutto perché è uno dei principali clienti dell’industria degli armamenti americana. Il clima tra Washington e Riad volge comunque al bello, poiché molti senatori ritengono che la guerra in Yemen condotta dall’Arabia Saudita non corrisponde agli interessi americani, ma è destinata a creare un nuovo campo di allenamento per i terroristi, che del resto trovano sempre più aderenti proprio nella versione più integralista dell’Islam che l’Arabia Saudita finanzia in tutto il mondo.
Ma cosa c’entra il petrolio e il fallimento del vertice di Doha che avrebbe dovuto portare ad un accordo per congelare la produzione agli attuali livelli con il concorso anche di Paesi che non appartengono all’Opec, come Russia e Messico? Se si sta alle dichiarazioni dei ministri che hanno partecipato all’incontro il vertice avrebbe dovuto solo definire i dettagli di un’intesa già raggiunta, anche perché l’assenza dell’Iran e l’indisponibilità iraniana di bloccare la produzione agli attuali livelli erano ampiamente noti. Infatti tutto si sarebbe bloccato dopo un intervento reale da Riad, che ha messo il ministro del petrolio saudita con le spalle al muro. Ma quale è il nesso tra ruolo saudita nell’11 settembre e prezzo del petrolio? Il legame è semplice: la guerra del petrolio scatenata da Riad e che ha portato il prezzo del greggio a scendere di oltre il 70% era diretta contro l’espansione della produzione americana di “shale oil” e di “shale gas”. Il forte aumento di queste capacità produttive metteva in discussione il ruolo centrale saudita nel mercato del greggio. Quindi Riad, aumentando la propria produzione e in questo modo favorendo la caduta del greggio, mirava a mettere fuori mercato queste nuove attività estrattive americane, sapendo che i loro costi di produzione erano superiori ai 50/60 dollari il barile. Allora scrivemmo che questa decisione di Riad non era solo dettata da motivi economici, ma un chiaro segnale dell’irritazione saudita nei confronti degli Stati Uniti per i negoziati con l’odiata Teheran, che poi hanno portato all’accordo sul nucleare iraniano. Ora, vale la stessa regola. Riad sa che le nuove produzioni americane sono con l’acqua alla gola, che molti impianti sono stati chiusi, che non ne vengono aperti nuovi e che molte società americane di shale oil sono prossime al fallimento. Una risalita del prezzo del petrolio avrebbe ridato fiato ad un settore agonizzante e soprattutto a banche americane che hanno finanziato massicciamente questi investimenti. Il rialzo del prezzo del petrolio sarebbe stato un toccasana per l’economia americana e anche per un presidente Obama impegnato a sostenere la corsa verso la Casa Bianca di Hillary Clinton. Una nuova discesa del prezzo del petrolio era ed è dunque il modo migliore per continuare a ricattare gli Stati Uniti perché non rendano pubbliche quelle pagine che svelano il ruolo saudita negli attentati dell’11 settembre. Quindi, non è l’Iran, ma questa battaglia con Washington il vero motivo del fallimento del vertice di Doha.
Un’ultima considerazione di natura etica. Bush e Obama per ragioni di opportunità politica ed economica hanno messo il segreto di Stato su un rapporto che svela il ruolo dell’Arabia Saudita in un attacco terroristico che ha ucciso migliaia di americani e poi Bush è andato a fare la guerra in Afghanistan ed in un Iraq di Saddam Hussein, che non aveva nulla a che fare con Al Qaeda. Si tratta di un caso che ci deve indurre a diffidare della macchina propagandistica americana, che viene amplificata dai media europei. Questo caso spiega anche tutta l’ambiguità di Washington nella lotta contro lo Stato islamico. Basti dire che l’ex senatore repubblicano Bob Graham, che diresse quella commissione di inchiesta del Congresso, ha recentemente sostenuto che la pubblicazione delle parti secretate del Rapporto avrebbe molto probabilmente evitato la strage di Parigi. Insomma non tutti gli Stati canaglia sono uguali, soprattutto quelli che hanno amici a Washin
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