
Silvio Berlusconi non ha i numeri per continuare a governare l’Italia ed è quindi molto probabile che nei prossimi giorni dia le dimissioni e che venga costituito un Governo di unità nazionale con il compito di attuare le misure richieste dall’Europa e di varare una riforma del sistema elettorale. Questo esito della vicenda politica berlusconiana sarà seguito da un breve rally della Borsa di Milano e probabilmente anche da una temporanea riduzione del differenziale tra i tassi italiani e quelli tedeschi, ma non risolverà i problemi dell’Italia e ancora meno quelli di Eurolandia. Infatti, come ho scritto sul Corriere del Ticino due mesi fa, la vera crisi comincia ora; colpirà soprattutto i Paesi deboli europei, ma si avvertirà anche nel nostro Paese. Le campane a morto per la zona euro le ha suonate la settimana scorsa Mario Draghi. Il nuovo presidente della Banca centrale europea ha annunciato un taglio di un quarto di punto del costo del denaro e nel contempo ha spiegato che le economie dei Paesi della zona euro si stanno contraendo e che prima della fine di quest’anno si registrerà una leggera recessione. Questo annuncio ufficiale equivale a dire che gli sforzi per salvare l’euro rischiano di venire vanificati dalla contrazione dell’economia europea. Già in alcuni Paesi europei la recessione è già una realtà. Ad esempio, in Grecia la contrazione dell’economia è impressionante (si viaggia a tassi superiori al 7%) e le ricette europee e del Fondo Monetario Internazionale non hanno altro che aggravare questa spirale recessiva. Infatti, non si è mai visto sotto la luce del sole che misure di austerità (per corrette che siano) riescano a rilanciare la crescita. Quello che si è visto e si constata è esattamente il contrario: stangata, contrazione dell’economia, non raggiungimento degli obiettivi di risanamento dei conti pubblici, nuova stangata, recessione ancora più profonda, ulteriore peggioramento dei conti pubblici e così via. Anche la ristrutturazione del debito greco non solleva le sorti del Governo di Atene. A regime è previsto che il rapporto tra debito pubblico e PIL scenda dal 180% al 120%, ma la forza della recessione spingerà al rialzo questo rapporto e dimostrerà il fallimento dei tentativi di salvare la Grecia, tanto più che il concambio di obbligazione vecchie con titoli nuovi che dovrebbe permettere il dimezzamento di una parte del debito greco prevede condizioni (garanzie e tassi più alti) che riducono l’effetto dell’intero pacchetto. Ciò vale anche per l’Italia. Istituti di ricerca prevedono che il PIL italiano si contrarrà del 2% l’anno prossimo. Questa è una stima ottimistica: il dato finale sarà ben peggiore. L’Italia con il Governo Berlusconi o senza il governo Berlusconi deve fare i conti con un costo di rifinanziamento dei titoli statali in scadenza (più di 200 miliardi di euro) che è oramai stabilmente superiore al 6%. Deve fare i conti con le conseguenze sui consumi e sulla crescita delle misure di austerità già varate e di quelle che verranno approvate nelle prossime settimane. Deve fare i conti con le vendite di Stato italiani da parte delle banche europee che stanno vendendo anche in perdita i titoli statali dei Paesi europei in difficoltà per non dover procedere a costoso ricapitalizzazioni (infatti è stato deciso di calcolare a prezzi di mercato i titoli statali e di mantenere a prezzi di acquisto i titoli tossici, penalizzando le banche dei Paesi europei deboli con il risultato di incentivare le vendite dei titoli di Stato italiani, spagnoli, portoghesi, e via dicendo favorendo dunque un peggioramento della crisi fiscale di questi Paesi). Quindi, la partenza di Berlusconi da Palazzo Chigi non cambia i dati di fatto di questa realtà. Quello che muterà e molto la situazione attuale è invece la recessione, che negli ultimi mesi di quest’anno sarà leggera, come ha sostenuto Mario Draghi, ma che è destinata ad aggravarsi l’anno prossimo. La recessione farà saltare tutti i conti non solo degli Stati, ma anche delle grandi banche, che continuano ad esse
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