
L’ormai probabile attacco militare alla Siria, le tensioni di Governo in Italia, il bisogno di un terzo pacchetto di salvataggio a favore della Grecia e soprattutto l’incertezza sull’inizio della riduzione del programma di acquisti di titoli pubblici e privati da parte della Federal Reserve stanno agitando i mercati finanziari. Invero nulla di grave e di preoccupante, soprattutto se si tiene conto dei forti rialzi registrati dalle borse negli ultimi mesi, ma comunque un segnale che la prospettiva di una normalizzazione dei tassi di interesse (già sono saliti in modo significativo nelle ultime settimane) rischia di infrangere quello stato di “nirvana” prodotto dall’ampia disponibilità di liquidità a costi praticamente di poco superiori allo zero. Già alcuni Paesi emergenti (dall’India all’Indonesia, dalla Turchia al Sudafrica) hanno assistito ad un deflusso dei capitali stranieri che ha prodotto notevoli ribassi delle borse e soprattutto una importante svalutazione delle loro monete. Insomma, la percezione del rischio, che era notevolmente diminuita negli ultimi tempi, ritorna a salire anche perche’ le notizie che provengono dall’economia reale segnalano indubbiamente miglioramenti, ma non garantiscono che l’economia mondiale ha imboccato la strada di una sana e duratura ripresa economica. L’incognita principale è comunque rappresentata dalla capacità delle principali banche centrali di continuare a condurre per mano i mercati finanziari. Infatti esse hanno di fatto sostenuto i mercati, da un canto, fornendo enormi quantità di liquidità e, dall’altro, indicando preventivamente in che direzione si sarebbero mosse. Gli istituti di emissione hanno addirittura dichiarato che la politica monetaria sarebbe cambiata solo se si fossero raggiunti precisi obiettivi, come ad esempio negli Stati Uniti la riduzione del tasso di disoccupazione al 6,5%. Queste politiche hanno indubbiamente ridotto il rischio per gli investitori e hanno creato le premesse per il rialzo dei mercati azionari e per questo lungo periodo di tassi di interesse a livelli estremamente bassi. I vantaggi per l’economia reale sono stati solo indiretti e molto discutibili. Ora, paradossalmente, il presidente della Fed Ben Bernanke ha introdotto un fattore di incertezza, annunciando che la Fed si prepara a ridurre (non a terminare) il programma di acquisto di titoli, che attualmente ammonta a 85 miliardi dollari ogni mese. Questo annuncio si è tradotto in un rialzo dei tassi (si pensa che il decennale statunitense toccherà presto un rendimento del 3%) e a rendere meno liscio l’andamento delle borse. Pure il settore immobiliare americano, molto sensibile ai tassi, ha avvertito alcuni contraccolpi che hanno rimesso in dubbio il suo processo di risanamento. Ora si pongono molti interrogativi. In primo luogo, non si puo’ escludere che la Federal Reserve abbia voluto creare l’attuale incertezza per frenare un’eccessiva esuberanza dei mercati finanziari, che rischiava di formare nuove pericolose bolle. Pure, non si puo’ escludere che Ben Bernanke abbia voluto tastare la reazione dei mercati a un cambiamento della politica monetaria americana. Tutto cio’ non inficia la tesi che la Federal Reserve sia in mezzo ad un guado: non sa ancora se effettivamente è giunto il momento di cominciare a stringere i cordoni della borsa e soprattutto non sa quali potrebbero essere le conseguenze di un cambiamento di politica. Insomma, la Federal Reserve, che finora con le sue indicazioni ha condotto per mano i mercati, teme di perdere questo ruolo di guida. Insomma, come spesso è stato scritto, è piu’ facile aprire i rubinetti monetari che stabilire quando e come cominciare a chiuderli, anche perche’ la normalizzazione del costo del denaro è destinata a produrre notevoli scosse di assestamento in tutto il mondo.
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