
“E’ in corso la terza guerra mondiale, che viene combattuta a pezzi”. Con queste parole molto appropriate Papa Francesco nel viaggio di ritorno della sua visita in Corea del Sud ha fornito una sintesi perfetta dell’attuale continuo peggioramento del quadro internazionale. Ma chi sono i protagonisti di questo terzo conflitto mondiale? Questa guerra a pezzi è quella tra Islam e Occidente, come ci vogliono far credere, oppure è quella avviata dagli Stati Uniti per frenare l’emergere della Cina come grande potenza mondiale? Il Pontefice non si è espresso su queste questioni, ma sta di fatto che le sue parole sono state pronunciate prima che il Califfato della Siria e del Levante venisse “venduto” al mondo come la maggiore minaccia per la pace nel mondo.
Questo nuovo conflitto mondiale non è stato scatenato dai guerrieri islamici del Califfato (uso volutamente il passato, poiché la guerra è già in corso), i quali rappresentano al massimo un elemento di disturbo, ma dalla superpotenza americana. Gli Stati Uniti sono stati per anni tentennanti nei rapporti con Pechino. I due corni del dilemma erano rappresentati dalla scelta di formare una specie di duopolio con Pechino, che avrebbe assicurato la gestione del mondo, oppure considerare la Cina un nemico. La scelta è caduta sulla seconda opzione ed è stata teorizzata e pubblicizzata dall’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, con la formula “Pivot to Asia”, ossia con la decisione che il perno della politica estera americano sarebbe stato il contenimento e il contrasto nei confronti della Cina.
Ma perché Washington ha scelto questa via? Il motivo è molto semplice: gli Stati Uniti non sono usciti dalla crisi finanziaria del 2008. Anzi, la bolla speculativa alimentata dai continui salvataggi bancari e tamponata attraverso la stampa di centinaia di miliardi di dollari è destinata a scoppiare. L’insicurezza di Washington spinge gli Stati Uniti ad avere un atteggiamento aggressivo anche con i propri alleati. Basti pensare all’uso extratrerritoriale della giustizia (le multe miliardarie alle banche europee), allo spionaggio e così via. Mentre l’intero modello economico americano è in crisi, l’economia cinese continua a crescere e Pechino si è fatta promotrice di un sistema monetario e finanziario alternativo a quello dell’FMI e della Banca Mondiale dominati dagli Stati Uniti.
Infatti i BRICS (Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica) hanno deciso di costituire istituzioni alternative che potenzialmente mettono in pericolo il primato del dollaro americano. Con un ruolo ridotto del dollaro gli Stati Uniti non potrebbero continuare a finanziare il loro enorme apparato militare e a vivere al di sopra dei loro mezzi. Si tratta quindi una crisi esistenziale per Washington. L’iniziativa cinese e degli altri Paesi del BRICS non è stata gratuita, ma il prodotto di tutta una serie di decisioni occidentali, che hanno negato ai grandi Paesi emergenti un peso maggiore nelle grandi istituzioni internazionali, come il no del Congresso americano a una redistribuzione diversa delle quote dell’FMI, e che hanno confermato agli occhi di Pechino l’intenzione americana di ostacolare l’ascesa cinese. Il risultato è che oggi Pechino si muove per evitare di essere accerchiata e per scongiurare le manovre commerciali, economiche e politiche che tendono ad isolarla, convinta che il tempo giochi a suo favore. Gli americani, invece, temono di non avere tanto tempo e stanno moltiplicando i loro sforzi per contenere la Cina.
La politica statunitense di confronto su tutti i piani con la Cina si è immediatamente tradotta in una serie di iniziative molto concrete: il sostegno (e addirittura l’incitamento) dei Paesi del Sud-Est asiatico nelle loro dispute con la Cina sulle acque territoriali, nel sostegno al cambiamento della “pacifistica” Costituzione giapponese, affinché Tokyo accresca le sue capacità militari e possa intervenire in eventuali conflitti, e la promozione di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada e Paesi asiatici che crei un mercato unico, dal quale sia esclusa la Cina (le trattative sembrano già essersi arenate e le probabilità di giungere ad un accordo sembrano molto basse). E nella guerra asimmetrica da tempo in corso vi sono opere di destabilizzazione, come l’attuale movimento studentesco di Hong Kong (già nel corso della scorsa estate giornali come “The Economist” e “The Financial Times” riportavano di incontri a Washington con leader del movimento e soprattutto con la Signora Shan, ex governatore di Hong Kong per organizzare il movimento che attualmente è all’attenzione della cronaca mondiale).
All’interno di questa politica di contenimento si deve leggere la crisi ucraina. Infatti la Russia, ricostruita da Putin dopo lo scoppio dell’Unione Sovietica, è oggettivamente un potenziale alleato della Cina e rappresenta a livello militare il principale concorrente degli Stati Uniti. L’obiettivo di Washington è quello di indebolire e smembrare la Russia con l’obiettivo di eliminare un rivale e soprattutto di poter condizionare i vari “Stan” dell’Asia centrale che rappresentano una fonte preziosa di materie prime che impedisce l’isolamento della Cina. La crisi ucraina ha portato a un risultato difficilmente digeribile da Washington, ossia ad un’alleanza molto stretta tra Pechino e Washington.
Resta la questione della crisi mediorientale. Il confronto tra Islam e Occidente, presentato come una nuova guerra di religione, maschera in realtà una politica americana tesa ad assuefare l’opinione pubblica ad uno stato di guerra permanente e ad usare il pericolo di attacchi terroristici per attuare misure da stato di polizia utili per fronteggiare le possibili reazioni popolari. Il Califfato non rappresenta una minaccia militare reale. Invece è il prodotto delle politiche americane che hanno teso a destabilizzare l’intera regione (dall’Iraq alla Libia, dallo Yemen all’Egitto) e a fomentare lo scontro tra sunniti e sciiti che ha l’obiettivo di isolare e contenere l’Iran sciita, che è a sua volta sostenuto da Russia e Cina. Non è nemmeno da escludere che la guerra al Califfato possa inaspettatamente sfociare in un accordo con gli ayatollah al potere a Teheran sul nucleare iraniano e sull’abrogazione delle sanzioni occidentali, che ridimensioni il peso di Arabia Saudita e Turchia, i cui Governi non sembrano piu’ godere della simpatia di Washington.
Non facciamoci comunque abbindolare dalla propaganda: la terza guerra mondiale non si combatte in Siria ed Iraq e la “guerra di religione” tra Islam e Occidente è un espediente per nascondere il vero scontro che sta avvenendo a livello mondiale, ossia quello tra Cina e Russia, da una parte, e Stati Uniti, dall’altra.
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