
Comincia a manifestarsi il tamtam propagandistico teso a preparare il terreno per rovesciare il verdetto popolare sull’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa. L’ultima iniziativa, in ordine di tempo, è quella del Credit Suisse che ha ridotto le stime di crescita del PIL svizzero anche a causa del voto dello scorso 9 febbraio. Infatti, secondo gli economisti della seconda grande banca elvetica, l’incertezza riguardante i rapporti futuri del nostro Paese con l’Unione Europea è destinata a provocare una diminuzione degli investimenti. Il messaggio è chiaro: non avete voluto seguire le raccomandazioni del Consiglio federale, della maggioranza dei partiti e soprattutto degli ambienti economici e ora ne pagheremo il prezzo con una crescita inferiore. Si tratta di pura propaganda fondata su dubbie supposizioni che conferma (se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi) che saremo chiamati alle urne per smentire il voto dello scorso 9 febbraio. La campagna elettorale tenderà a diffondere il terrore dell’isolamento del nostro Paese e soprattutto a creare la paura di un disastro economico. La realtà non sta affatto così.
Innanzitutto è infondata l’affermazione che l’economia elvetica rallenterà a causa del voto del 9 febbraio. Infatti, la crescita è già diminuita fortemente nel secondo trimestre di quest’anno. Infatti il PIL elvetico ha registrato una crescita zero rispetto ai primi tre mesi del 2014 e un’espansione dello 0,6% rispetto al secondo trimestre dell’anno scorso. Le ragioni sono chiare. In primo luogo, la frenata delle esportazioni dovuta al continuo peggioramento delle condizioni dell’economia europea e al forte rallentamento dei grandi Paesi emergenti. In secondo luogo, vi è stato un raffreddamento “benvenuto” del fervore del settore delle costruzioni a causa delle giuste misure, sollecitate dalla Banca Nazionale, che limitano l’accesso al credito ipotecario. In terzo luogo (anche questo fenomeno è benvenuto) la crescita è rallentata a causa di un minore afflusso di stranieri, che l’anno scorso aveva superato le 100'000 unità. E infine vi è stata una forte riduzione degli investimenti.
Penso che sia difficilmente contestabile che questo calo degli investimenti non sia dovuto al voto del 9 febbraio, avvenuto solo qualche giorno prima, ma all’offuscarsi delle prospettive dell’intera economia mondiale. E ciò vale anche per il futuro. Infatti proprio lunedì scorso l’OCSE ha rivisto pesantemente al ribasso le previsioni. Eurolandia crescerà solo dello 0,8%, gli Stati Uniti del 2,1%, il Giappone dello 0,9%, il Brasile dello 0,3%. Non sono state corrette solo le previsioni riguardanti la Cina, il cui PIL dovrebbe espandersi quest’anno del 7,4%. Queste stime sono ancora troppo ottimistiche e sono destinate ad essere corrette al ribasso nelle prossime settimane. Dunque, il calo degli investimenti è un processo già in corso da alcuni mesi e, quindi, non è determinato dal voto del 9 febbraio, ma da un’economia europea che non riesce a risollevarsi.
Per analizzare le possibili conseguenze del voto sulle prospettive della nostra economia, occorre analizzare due aspetti: gli effetti sul mercato del lavoro e le ripercussione sull’accesso al mercato europeo. Prima di entrare nel merito bisogna però ricordare che finora nulla è cambiato e che l’iniziativa dà tre anni di tempo al Consiglio federale per negoziare una soluzione con Bruxelles. Sembra però che Berna abbia già alzato bandiera bianca, sostenendo che la Commissione europea ritiene la libera circolazione delle persone sia una condizione non negoziabile. Tuttavia vi è il sospetto che si tratti di un gioco delle parti per costringere il popolo svizzero alla resa. Ma torniamo alle possibili conseguenze economiche. I contingenti su stranieri e frontalieri non hanno alcun effetto negativo sull’economia se continuano a permettere l’arrivo di persone altamente specializzate. Anzi, la riduzione dell’afflusso degli stranieri dovrebbe, da un canto, spingere l’economia a razionalizzare ancor più le sue attività (e quindi ad essere maggiormente efficiente) e, dall’altro canto, a stabilizzare i salari e quindi a rafforzare i consumi e la domanda interna. In questo campo il pericolo è un altro: il rischio è che i contingenti siano talmente ampi, per cui di fatto nulla o molto poco cambierà.
Il secondo possibile effetto negativo riguarda l’accesso al mercato europeo. E’ difficilmente ipotizzabile che si chiudano le porte ad un partner commerciale importante come la Svizzera. E’ soprattutto inimmaginabile che la Germania accetti una soluzione del genere che le precluderebbe l’accesso all’indotto di una buona parte del suo sistema industriale. Inoltre, non sarà mai una vera chiusura, poiché sia la Svizzera sia i Paesi europei hanno sottoscritto gli accordi commerciali dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Quindi perderemmo unicamente un vantaggio concorrenziale rispetto agli esportatori americani e asiatici e nulla piu’. Ma, come fanno le aziende di questi Paesi (spesso con grande successo), potremo ancora vendere i nostri prodotti nei Paesi europei. Quindi, nella peggiore delle ipotesi, vi sarà un prezzo da pagare che non sarà tuttavia molto elevato e che varrà la pena pagare per poter continuare a mantenere la nostra indipendenza e la nostra sovranità.
Nella formulazione delle ipotesi non bisogna dimenticare l’alta probabilità che l’euro si spacchi e che l’Unione Europea ne venga travolta. La moneta unica europea è una specie di “camicia di forza” che accentua la crisi dell’economia del Vecchio Continente. Tutti si sono resi conto che la sua introduzione è stato un colossale errore, ma nessuno vuole prendere l’iniziativa di far saltare l’euro per paura delle conseguenze economiche e politiche di un simile passo. Ma la paura dei Governi si scontra con la crescente insofferenza della popolazione che vede diminuire il proprio tenore di vita e che soprattutto non intravvede (correttamente) alcun miglioramento della situazione, nessuna speranza. E’ impossibile immaginare che una “moneta che provoca miseria e disperazione” e che fa strame delle istituzioni democratiche nazionali possa ancora a lungo sopravvivere. La crisi dell’euro non è mai finita ed è molto probabile che si riapra ben presto. L’esempio potrebbe venire già domani dalla Gran Bretagna con la decisione degli scozzesi di abbandonare il Regno Unito.
In conclusione, la campagna di paura tesa a farci rimangiare il voto del 9 febbraio è già cominciata. Bisogna capirlo e non farsi atterrire dalle profezie di sventura che verranno diffuse da tutte le parti nei prossimi mesi. Non dimentichiamo che una Svizzera indipendente e fuori dall’Unione Europea è un esempio che vorrebbero imitare molti popoli europei e che la difesa della nostra sovranità è impagabile.
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