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La rivincita della Politica e dell'economia reale
Redazione
12 anni fa
Le elezioni in Grecia riaprono la crisi dell’euro e il crollo del prezzo del petrolio prepara una crisi finanziaria

Prima di Natale scrivevamo che si stavano creando le condizioni per una tempesta perfetta peggiore di quella dell’autunno del 2008, l’inizio scoppiettante di questo 2015 ci confôrta in questa previsione. Le elezioni anticipate greche hanno riaperto la crisi dell’euro. Il crollo del prezzo del petrolio (e anche delle altre materie prime) da un canto conferma l’ipotesi di un nuovo forte rallentamento dell’economia mondiale e, dall’altro, fa temere lo scoppio di una nuova crisi finanziaria non solo e non tanto per le difficoltà della Russia, del Venezuela e della Nigeria, ma per l’insolvenza delle società americane attive nel cosiddetto “shale oil” che si sono finanziate sul mercato dei capitali per oltre 1200 miliardi di dollari e attraverso enormi linee di credito bancarie. Questi crediti sembrano destinati ad assumere il ruolo dei mutui subprime del 2008. Ma procediamo con ordine.

La crisi greca è la crisi dell’euro ed è il chiaro segnale che la politica con la P maiuscola che è stata buttata fuori dalla porta negli ultimi anni dalle politiche di austerità imposte dalla burocrazia di Bruxelles è destinata a rientrare prepotentemente dalla finestra. Infatti quest’anno non solo i cittadini greci, ma anche quelli spagnoli hanno la possibilità di decidere sulle sorti dei loro Paesi e dire no ai ricatti di Bruxelles e della finanza internazionale. Il programma elettorale di Syriza è molto realistico e non è affatto rivoluzionario ed anzi, come ha scritto sul Financial Times di lunedì scorso Wolfgang Münchau, quelle che vengono presentati come pericolosi estremisti sono di fatto dei realisti che potrebbero paradossalmente salvare l’Europa. Infatti, Syriza sostiene correttamente che la Grecia non può sostenere un debito pubblico che ha raggiunto il 174% del proprio PIL e che è necessaria una sua ristrutturazione.

Questa semplice verità assume nell’attuale contesto europeo un sapore eversivo. Infatti quanto vale per la Grecia, vale anche l’Italia, il cui debito pubblico continua a crescere e ha raggiunto il 137% del PIL, per la Spagna, dove ha superato il 100% del PIL, per il Portogallo e per l’Irlanda che sono addirittura messi peggio. Questa verità è incontrovertibile in una zona euro che non cresce e che sta cadendo in deflazione. Questa ovvietà terrorizza sia Bruxelles sia il mondo della finanza, poiché una nuova ristrutturazione del debito greco e le ristrutturazioni dei debiti pubblici dei Paesi europei in difficoltà creerebbero un terremoto sui mercati dei capitali facendo crollare l’intero castello di carta straccia, su cui si regge il nostro sistema finanziario. Quindi una proposta ragionevole diventa sovversiva, poiché si deve continuare a far credere che questi debiti pubblici verranno onorati e rimborsati e per dare credibilità a questa favola vengono imposte politiche di lacrime e sangue che condannano alla disoccupazione e alla povertà milioni di persone senza arrestare il continuo aumento dei debiti pubblici. Syriza propone inoltre di rovesciare le politiche di austerità seguite finora, di aumentare le pensioni e di ripristinare l’aiuto alle persone più in difficoltà.

Non è certo che Syriza vinca il prossimo 25 gennaio, poiché i greci saranno terrorizzati con la presentazione di scenari drammatici per il Paese, ma se Alexis Tsipras dovesse imporsi e dovesse riuscire a trovare un numero sufficiente di alleati per formare un Governo si aprirebbe una partita durissima tra Atene e Bruxelles. Le recenti prese di posizione tedesche inducono a ritenere che Bruxelles non cederà di un millimetro e che il caso greco verrà usato come un esempio per insegnare agli altri Paesi che non esistono margini di trattativa sulle politiche di austerità. Non è certo però che gli altri Paesi siano disposti a seguire la linea intransigente tedesca e, quindi, si aprirebbe una crisi di primaria importanza in Europa. Anche perché l’esempio greco potrebbe ben presto essere seguito dagli spagnoli che in base ai sondaggi manderanno al Governo il nuovo partito Podemos che ha un programma simile a quello di Syriza.

Una soluzione per guadagnare tempo potrebbe essere il Quantitative Easing che lancerà presto la Banca centrale europea e che già in questi giorni ha fatto sì che le tensioni si avvertissero più sui mercati azionari che sull’allargamento degli spread sui titoli pubblici italiani e spagnoli. La Bce potrebbe essere autorizzata ad acquistare una notevole quota di obbligazioni greche aumentando la già notevole percentuale di debito greco detenuto dalle organizzazioni internazionali. In ogni caso le elezioni greche segnano il ritorno alla ribalta della politica e con essa la rimessa in discussione delle politiche economiche seguite finora. La crisi della Grecia è la crisi dell’euro e potrebbe avviare il processo di rottura dell’Unione monetaria europea.

Le convulsioni dell’euro si affiancano al crollo del prezzo del petrolio e alla possibile crisi finanziaria che potrebbe innescare. Innanzitutto è opportuno sottolineare che l’effetto positivo del dimezzamento del prezzo del greggio sui consumi e quindi sulla crescita non viene festeggiato dai mercati finanziari né dagli economisti che invece sottolineano che questo brusco calo rischia di accelerare i tempi della caduta in deflazione di molte economie occidentali (in primis quelle europee). Ma il riflesso più importante riguarderà il debito delle società attive nel settore energetico e soprattutto di quelle americane attive nello shale oil, ossia nell’estrazione di greggio e di gas attraverso la tecnica della fatturazione idraulica. A questi livelli di prezzo la loro attività non è più redditizia e queste società sono costrette a gettare la spugna. Ciò non è ancora avvenuto, poiché molte si erano “coperte” contro una caduta del prezzo del petrolio, ma queste coperture sono destinate ad esaurirsi nelle prossime settimane, come del resto prevede lo stesso mercato, che ha fatto cadere i corsi ed impennare i rendimenti delle obbligazioni attraverso cui si sono finanziate sui mercati dei capitali.

A questi debiti piazzati sui mercati dei capitali si devono aggiungere le linee di credito bancario e tutti gli strumenti finanziari costruiti su questi debiti. A ciò si deve aggiungere che a questi livelli di prezzo molte produzioni e molti piani di investimento anche delle grandi società petrolifere sono ineconomici (già sono iniziati i tagli) e le difficoltà delle società che offrono servizi all’industria energetica e pure delle società attive nelle energie rinnovabili. Si tratta di un terremoto che coinvolge posizioni debitorie superiori a quelle che hanno causato la crisi dei mutui subprime. E’ probabile che nei prossimi mesi assisteremo a dei veri e propri fuochi d’artificio, anche perché a tutto ciò vi è da aggiungere la crisi finanziaria di alcuni Paesi produttori (e non solo quella della Russia) e anche di alcune società dei Paesi emergenti (soprattutto quelle indiane) che si sono finanziate in un dollaro che attualmente si sta apprezzando sui mercati dei cambi.

Tutto lascia supporre che sia agli sgoccioli la fase di quiete prodotta dalla continua stampa di soldi da parte delle banche centrali e che si stiano rapidamente creando le condizioni per una nuova tempesta perfetta.

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