
Nei discorsi di politici, economisti ed imprenditori si continua a parlare di globalizzazione, come un processo in corso ed ineluttabile. In realtà, molto probabilmente la globalizzazione, come si è sviluppata negli ultimi decenni, si sta inceppando e sta lasciando il posto a qualcosa di ben diverso. Più precisamente ad un mondo diviso anche a livello economico, commerciale e finanziario diviso in base alle sfere di influenza delle grandi potenze.
Infatti il processo di apertura dei mercati e dello sviluppo degli scambi commerciali si basava su alcune condizioni che non paiono più soddisfatte. Esse erano la fiducia che la liberazione delle forze di mercato favoriva la crescita, l’adozione di regole comuni e l’esistenza di un”guardiano”, nella fattispecie gli Stati Uniti, che ne assicuravano il rispetto. Un mondo, insomma, dominato da un’unica superpotenza in grado di irradiare i suoi valori e le sue regole. Questo mondo non esiste più. E’ stato spazzato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalla successiva crisi economica, dalla perdita relativa di peso economico degli Stati Uniti e dalla contemporanea ascesa della Cina e degli altri Paesi emergenti e soprattutto dal ritorno prepotente della geopolitica.
La globalizzazione è stata svuotata di significato non solo dalla crisi ucraina e dalle sanzioni contro la Russia di Putin, ma anche da una superpotenza americana che cerca di consolidare il proprio dominio economico, commerciale, finanziario e politico. Infatti la politica americana ha come obiettivo quello di serrare i ranghi e di impedire qualsiasi velleità di autonomia da Washington.
L’azione si svolge sia in Europa sia nell’area del Pacifico. La crisi ucraina è infatti servita agli americana a rimettere in riga l’Europa, che stava stringendo troppo i rapporti con Mosca e che cominciava ad essere affascinata dalle sirene orientali, soprattutto quelle cinesi. Lo stato di guerra permanente nel Vicino Oriente serve a ricordare lo stato di precarietà del Vecchio Continente. Il tutto viene completato con la proposta di un accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea che dovrebbe arrivare alla creazione di un mercato unico con regole (come la possibilità dei tribunali americani di sentenziare sulla compatibilità delle norme europee in materia di concorrenza, di protezione della salute e dell’ambiente) che limiteranno ulteriormente una sovranità nazionale già fortemente limitata dall’Unione Europea. In questo modo l’Europa che perde ogni autonomia e dipende dagli Stati Uniti non solo a livello militare (NATO), non solo a livello monetario e finanziario, ma anche a livello economico e commerciale.
Una politica analoga viene condotta in Asia. Gli Stati Uniti hanno infatti avviato negoziati per la creazione di un mercato che comprenda i Paesi del Sud-Est asiatico, il Giappone, l’Australia e alcuni Paesi dell’America Latina. L’obiettivo è isolare la Cina e infatti Pechino è esclusa da queste trattative. La principale ragione di queste iniziative è di carattere geopolitico, ossia creare un’area di influenza economica e commerciale. Si tratta della guerra del giorno d’oggi, ossia della guerra asimmetrica che si gioca sul piano della propaganda, della destabilizzazione interna, su Internet e soprattutto a livello economico.
In questa grande partita a scacchi non c’è più spazio per la visione idealistica di un mondo globale retto da regole comuni. Vi è solo la possibilità di costruire aree di influenza da parte delle rispettive potenze. E in realtà, vista la resa dell’Europa agli Stati Uniti, la partita si gioca unicamente tra Cina e Stati Uniti. E infatti Pechino non sta con le mani in mano. La Cina, sia direttamente sia attraverso i BRICS (l’organizzazione cui partecipano Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) sta creando delle istituzioni economiche internazionali alternative al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, che Pechino ritiene controllate da Washington. L’obiettivo è chiaro: creare uno scudo protettivo nei confronti delle manovre americane, rompere il tentativo di accerchiamento e arrivare alla creazione di un nuovo sistema monetario, in cui il dollaro non abbia più l’attuale ruolo centrale e determinante. Inoltre la Cina finanzia Governi e Paesi per la realizzazione di grandi opere infrastrutturali (dall’America Latina all’Africa) con l’obiettivo di ritagliarsi un proprio spazio nel mondo dei Paesi in via di sviluppo.
E mentre Pechino e Washington compiono le loro mosse strategiche, rallenta l’economia mondiale, scema la crescita del commercio internazionale, si riduce la proiezione internazionale delle grandi banche, vengono rimpatriate le attività industriali prima de localizzate nei Paesi a bassi salari e viene rimessa in discussione (e non solo per motivi fiscali) la dominazione delle grandi società americane attive nelle nuove tecnologie (da Google a Facebook). Si ha insomma l’impressione che il mercato si stia già cominciando ad adattare ad un mondo diviso in sfere di influenza.
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