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La nuova era economica di Donald Trump
La nuova era economica di Donald Trump
La nuova era economica di Donald Trump
Redazione
10 anni fa
La fine dell’era della globalizzazione e dei tassi di interesse a livelli storicamente minimi

La presidenza di Donald Trump segna a livello economico due svolte epocali: la prima riguarda la fine della spinta verso una sempre maggiore dei mercati a livello internazionale e l’inizio del suo arretramento; la seconda la fine dell’era dei tassi di interesse a livelli minimi (e in Svizzera ed in Europa addirittura negativi) e quindi la fine di quel lunghissimo “Bull Market” iniziato nei primi anni Ottanta con la sconfitta dell’inflazione. E infatti con Donald Trump finisce proprio l’era della cosiddetta controrivoluzione liberista che ha preso avvio nel 1980 con l’entrata di Ronald Reagan alla Casa Bianca e di Margaret Thatcher a Downing Street.

Infatti appare già oggi certo che Donald Trump affosserà le molteplici iniziative di Obama volte a legare con accordo commerciali i Paesi alleati degli Stati Uniti e/o quelli che volenti o nolenti non potevano dire no a Washington con l’obiettivo di creare un mercato occidentale unico in grado di mantenere il predominio economico americano che viene sfidato dall’ascesa della Cina e più in generale dai cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). In quest’ottica erano stati negoziati il TPP con dodici Paesi asiatici (che attende solo la ratifica del Congresso statunitense), il trattato di libero scambio con l’Unione europea (i cui negoziati sono ancora in corso), denominato Ttip e l’Accordo sul commercio dei servizi, chiamato Tisa, ai cui negoziati partecipa anche la Svizzera. Queste iniziative sono ora congelate e verranno affossate da Donald Trump, che si ripromette anche di rinegoziare il trattato commerciale con Messico e Canada, ossia il NAFTA. Dunque, la globalizzazione sostenuta e voluta dalle multinazionali e dalla grande finanza ha raggiunto il suo apice e molto probabilmente è destinato a prendere avvio il suo arretramento. Si tratta di una svolta storica che affossa i sogni (di alcuni) di un Governo mondiale, che legittima la speranza di uno stop alla continua erosione delle sovranità nazionali e quindi alla riduzione del potere dei cittadini che solo attraverso il voto in ambito nazionale possono esprimere le loro preferenze. Si può prevedere che i poteri forti (occulti e palesi) che sostenevano questo grande progetto non resteranno con le mani in mano. Per questo motivo e per aver allontanato il rischio di una Terza Guerra Mondiale vi è da rallegrarsi per la vittoria di Donald Trump.

La seconda svolta riguarda i tassi di interesse. E’ oramai chiaro che nei primi cento giorni Trump farà approvare dal Congresso a maggioranze repubblicana un piano di investimenti pubblici di 1'000 miliardi di dollari, una riduzione delle tasse per imprese e persone fisiche e misure di deregolamentazione di alcuni mercati. La combinazione del taglio delle tasse e del piano di investimenti produrrà una sensibile accelerazione di una crescita americana finora molto modesta, allontanerà lo spettro della deflazione contro il quale stanno da anni lottando le banche centrali e aumenterà il debito pubblico statunitense, che ha già superato il 100% del PIL. La combinazione delle misure di rilancio economico e quelle tese a proteggere il mercato americano (per evitare il pericolo che lo stimolo si traduca prevalentemente in un aumento delle importazioni) farà risorgere la paura dell’inflazione e spingerà al rialzo i tassi di interesse, come sta già avvenendo. Dunque, è molto probabile che per due/tre anni la crescita statunitense sia sostenuta. In seguito, rischiano di venire al pettine alcuni nodi che Donald Trump lascerà irrisolti: il più importante è la questione dell’esplosione delle diseguaglianze che rischia di aumentare a causa del taglio delle tasse. Infatti, il prevedibile aumento dell’occupazione e anche dei redditi dei lavoratori (grazie alle misure protezionistiche) non basteranno da sole a ridistribuire i redditi e quindi a rendere la ripresa duratura. La via di scampo sarebbe una riforma seria del settore finanziario con il ripristino del Glass – Steagall Act del 1933 (abrogato da Bill Clinton nel 1999). Durante la campagna elettorale questa soluzione, che figura sia nel programma del partito democratico sia in quello repubblicano, è stata spesso rilanciata da Donald Trump. Ora però sembra che sia stata messa in un cassetto. Ciò è avvenuto molto probabilmente dopo un compromesso con Wall Street che sembra aver anche ottenuto l’abrogazione delle norme (molto blande) varate dal Congresso dopo la crisi finanziaria del 2008.

Dunque, Donald Trump fa il passo più difficile fermando la globalizzazione e mettendo la parola fine al predominio delle politiche monetarie grazie a un piano di rilancio di chiaro sapore keynesiano. E’ stato ed è un rompighiaccio indispensabile per sconfiggere il pensiero unico liberista e per travolgere l’establishment di sinistra e di destra che lo aveva abbracciato. C’è da sperare che prepari il terreno per politiche economico che ricostruiscano società che sono state letteralmente strapazzate negli ultimi decenni.

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