Cerca e trova immobili
Magazine
La Grecia non ha nulla da perdere
Redazione
11 anni fa
I veri perdenti di un default di Atene sarebbero i Paesi europei e il Fondo Monetario Internazionale

La Grecia non ha nulla da perdere è la convincente tesi di un articolo di Wolfgang Münchau apparso sul quotidiano inglese “The Financial Times” lunedì scorso (15 giugno 2015). Ed è per questo motivo che è prevedibile che all’ultimo minuto Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale ridurranno le loro richieste e giungeranno ad un accordo. La posizione negoziale del Governo di Atene è stata finora presentata come insostenibile e frutto di una leadership politica irresponsabile. La realtà però è ben diversa, come mette in evidenza il contributo di Wolfgang Münchau. Come è noto, il punto di disaccordo tra Atene e Bruxelles riguarda quattro questioni fondamentali: l’entità dell’avanzo primario (ossia il surplus prima del pagamento degli interessi sul debito), la riforma del sistema pensionistico (che, secondo l’UE, dovrebbe chiudere in pareggio e non più far capo ai finanziamenti statali), la riforma del mercato del lavoro e l’introduzione di un’IVA generalizzata per aumentare le entrate fiscali.

Ora l’accettazione delle condizioni dei creditori – sostiene Wolfgang Münchau – equivale ad un aggiustamento fiscale pari all’1,7% del PIL greco da attuare nel giro di sei mesi. Dato che l’avanzo primario dovrebbe – in base alle richieste dei creditori – aumentare di anno in anno, si ha il risultato che nel giro di quattro anni queste misure colpirebbero l’economia greca per ben il 12,6% del PIL ellenico. Si tratta di una vera e propria stangata che si aggiungerebbe a quelle già subite negli ultimi anni. Questa nuova pesante austerità legittima le dichiarazioni di Alexis Tsipras che parlato di un vero e proprio saccheggio dell’economia greca. Ma c’è di più. In base a questi calcoli il debito pubblico greco,che all’inizio della crisi, ossia 6 anni fa, si aggirava attorno al 120% del PIL e che ora supera il 180%, raggiungerebbe il 200% del PIL ellenico. Insomma, uno sforzo enorme per non raggiungere alcun risultato significativo, come del resto è stato con le politiche di austerità degli ultimi anni. Queste stime rendono giustizia ad Alexis Tsipras e a Syriza che vengono invece presentati come degli estremisti pericolosi che stanno portando la Grecia alla rovina. Di fronte a queste prospettive la loro intransigenza appare totalmente giustificata e non viziata da alcun pregiudizio ideologico.

Se la Grecia non ha a questo punto nulla da perdere dal fallimento di queste trattative, molto da perdere hanno Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale. Non a caso non si sentono più le dichiarazioni rassicuranti di poco tempo fa di Mario Draghi e degli altri leader europei, secondo cui un’uscita della Grecia dall’euro non avrebbe provocato alcun contraccolpo degno di nota. Come abbiamo già scritto in questo blog, sarebbero molto probabilmente notevoli le conseguenze sui livelli dei tassi di interesse (soprattutto dei Paesi deboli), sulle borse e sui mercati finanziari, ma vi sono anche perdite di non poco conto già oggi quantificabili.

La Banca centrale europea perderebbe 118 miliardi di euro che rappresenta l’ammontare dei capitali prestati alle banche greche e che dovrebbero essere pagati dalle altre banche centrali di Eurolandia. Il Fondo Monetario Internazionale perderebbe i 34,7 miliardi di euro già prestati alla Grecia (sarebbe la perdita più importante della sua storia che rilancerebbe le critiche dei Paesi emergenti ad un’istituzione forte e dura nei confronti dei Paesi poveri ed indulgente nei confronti dei suoi padroni americani ed europei). Inoltre gli Stati Europei perderebbero circa 300 miliardi di euro, ossia l’intero ammontare dei prestiti bilaterali accordati ad Atene e l’ammontare dei crediti concessi alla Grecia dal Fondo salva-stati europeo.

Due Paesi, ossia Germania e Francia, accuserebbero una perdita di 160 miliardi di dollari che rimetterebbe in dubbio la credibilità sia di Angela Merkel sia di Francois Hollande e renderebbe assolutamente non credibile la maniacale attenzione contabile ai conti pubblici di Eurolandia. Dunque il costo politico ed economico di un default della Grecia è molto elevato per i Paesi europei e per i mercati finanziari.

Il costo per la Grecia appare nettamente inferiore. Atene dovrebbe bloccare il ritiro dei depositi dalle banche elleniche, che non potrebbero piu’ rifornirsi di liquidità presso la Bce, dovrebbe imporre il controllo sui movimenti dei capitali e dovrebbe introdurre una moneta parallela, come abbiamo spesso sostenuto in questa sede. Questa operazione è oggi facilitata dal fatto che lo Stato greco è vicino ad un avanzo primario e quindi sarà in grado di continuare a pagare le pensioni e gli stipendi ai dipendenti pubblici. La dichiarazione di insolvenza (ossia il default) non equivale ancora ad un’uscita dall’euro che diventerebbe tuttavia inevitabile se – come è probabile – la Bce si rifiutasse di finanziare le banche elleniche. Dunque, dopo alcuni mesi di forti turbolenze, l’economia greca si riprenderebbe. Anzi, liberata dal peso del debito pubblico e con l’introduzione di una dracma destinata ad indebolirsi nei confronti delle altre valute potrebbe addirittura cominciare a rifiorire e renderebbe plausibile anche per altri Paesi europei l’ipotesi di un’uscita dalla camicia di forza rappresentata dall’euro.

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata