
La sinistra europea è in crisi. La variopinta galassia dei partiti socialisti e della nuova sinistra non riesce infatti a risolvere la contraddizione tra il sostegno all’euro e le politiche economiche su cui si fonda la moneta unica europea e l’aspirazione ad una società più giusta. Anzi, oggi i socialisti si trovano a dover gestire, da un canto, le politiche di austerità, che vogliono dire maggiore disoccupazione e spesso contrazione del tenore di vita dei ceti sociali meno favoriti, e, dall’altro, quelle riforme economiche che tendono a smantellare una parte delle conquiste sociali di questo dopoguerra. In pratica, i partiti socialdemocratici, che hanno sempre lottato per ampliare lo stato sociale, si ritrovano a fare una battaglia di retroguardia cercando di smussare e di rallentare i tempi del ridimensionamento del Welfare State. Non propongono più alcun progetto per una società più giusta con il risultato che un elettore si domanda per quale ragione votare in Germania la SPD di Sigmar Gabriel invece della CDU di Angela Merkel oppure in Francia perché votare per François Hollande invece che per un Nicholas Sarkozy.
La trappola, da cui non sembra uscire la sinistra, è costituita dagli ideali europeisti e dal conseguente abbraccio dell’euro e delle politiche neoliberiste su cui si fonda la moneta unica europea. Infatti condurre una politica di sinistra oggi in Europa vuol dire essere contro le regole su cui si basa la moneta unica europea. Ciò vale per la Francia, per la Germania e per l’Italia e per tutti gli altri Paesi europei, in cui la sinistra sempre più arranca. Anche la sinistra che impropriamente viene chiamata radicale non riesce a superare questa contraddizione e, quindi, diventa poco credibile, poiché l’obiettivo di un’Europa diversa è solo uno slogan. Su questo scoglio si sono infrante anche le speranze dei greci che hanno votato per Syriza e per Alexis Tsipras. Anzi, l’esperienza greca ha messo in evidenza che non vi può essere una sinistra credibile all’interno dell’Unione monetaria europea. Il voltafaccia di Alexis Tsipras non ha solo spaccato il suo movimento, con una fazione che perora l’uscita dall’euro e il ritorno alla dracma, ma molto probabilmente verrà punito il prossimo 20 settembre dall’elettorato ellenico. La sconfitta di Alexis Tsipras sta mettendo in forti difficoltà anche altri movimenti di sinistra come lo spagnolo Podemos, che non ha sciolto il nodo di che fare sulla questione dell’euro. Come abbiamo scritto più volte, uscire dall’euro è possibile. Lo ha confermato del resto anche il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble che ha perorato il Grexit, assicurando alla Grecia assistenza economica e finanziaria e la garanzia di rimanere nell’Unione Europea. Il nodo è quindi politico e non economico.
E infatti in Francia alcuni autorevoli intellettuali, come l’economista Jacques Sapir, invitano la sinistra a riconoscere che l’euro è la causa della crescente disoccupazione e del tenore di vita degli strati sociali meno favorirti e che rappresenta un pericolo mortale per il modello sociale europeo. Jacques Sapir giunge alla conclusione che per sconfiggere questo strumento, usato dal capitale finanziario per rafforzare il proprio predominio sull’intero Continente, occorre anche allearsi con il diavolo, ossia nel caso francese con il Front Nationale di Marni Lepen. Questa idea, che viene osteggiata dalla sinistra per bene, è già stata fatta propria dagli strati meno abbienti che hanno già abbandonato la sinistra per sostenere il Front Nationale. E’ prevedibile che la sinistra non accetterà mai questa proposta, ma è certo che questa idea verrà abbracciata da un numero crescente di francesi che finora avevano votato i partiti di sinistra. Quindi la soluzione del nodo rappresentato dall’euro sarà decisiva per una sinistra che non vuole essere condannata al declino in nome degli ideali europei.
A tal proposito è interessante quanto sta avvenendo in Gran Bretagna, dove nelle prossime primarie per la leadership del Labour Party – stando ai sondaggi – dovrebbe trionfare Jeremy Corbyn, il cui programma prevede l’uscita della Gran Bretagna dalla NATO, il disarmo nucleare unilaterale, la rinazionalizzazione dei servizi pubblici e di molte aziende britanniche e via dicendo. Insomma propone un programma completamente opposto al paradigma neoliberista imperante.
Anche negli Stati Uniti sta accadendo qualcosa di simile. La Clinton è in difficoltà e sta salendo nei sondaggi per le primarie democratiche il senatore del Vermont Bernie Sanders, che propone tra l’altro l’aumento della pressione fiscale sui ricchi e la reintroduzione dello Glass Steagall Act, che prevede la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Questa norma è stata abolita dall’amministrazione Clinton alla fine degli anni Novanta. Anche il seguito di Donald Trump nelle primarie repubblicane è significativo.
Ovunque si respira la voglia di un cambiamento reale, ossia l’uscita da quella gabbia economica costruita da questo capitalismo finanziario che sta portando alla rovina l’intero Occidente. Si tratta di un’onda lunga che sicuramente travolgerà gli uomini (di sinistra, di centro e di destra) e i paradigmi che oggi dominano nel mondo occidentale. E’ ora dunque che la sinistra si svegli. Forse non è ancora troppo tardi.
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