
SWG ha svolto un’indagine secondo cui gli uomini vivono sempre con maggior ansia il problema della calvizie, per gli uomini, infatti, la perdita di capelli sarebbe un fattore di insicurezza. E’ anche vero che sono pochi gli uomini che si rivolgono tempestivamente a specialisti per risolvere tale problema. A determinare questo problema ci possono essere varie cause, quali, ad esempio, lo stress e la cattiva alimentazione; ma la causa principale è da ricercare nel nostro corredo genetico. Le soluzioni atte a rallentare, bloccare o addirittura invertire il processo di miniaturizzazione dei capelli causato dalla alopecia androgenetica ci sono, come i farmaci finasteride e minoxidil; e in sostituzione della terapia medica, vi è la terapia chirurgica rappresentata dall’autotrapianto. Ma la paura della calvizie non colpisce solo gli uomini, anche le donne ne soffrono. Purtroppo i “pazienti” non si limitano a consultare il dermatologo, ma anche quei ciarlatani che, spacciandosi per esperti, giocano sulla labilità psicologica di chi vede la propria immagine alterata dalla perdita di capelli. Ad aggravare la situazione c’è poi il mondo mediatico, che propone modelli fisicamente perfetti portando così la gente verso una filosofia di vita fatta unicamente di apparenze. Accettare quei fenomeni fisiologici, che nulla tolgono alla nostra persona, non è complicato; sarebbe sufficiente mettere da parte, per l’appunto, la cultura delle apparenze. Eppure, per un uomo, la “pelata” dovrebbe essere un emblema di virilità che, per di più, non dispiace affatto alle donne. In quella che si può considerare la “classica” percezione femminile, l’uomo deve essere come mamma lo ha fatto e come natura lo ha reso. Tutto il contrario di ciò che accade oggi. La gente non accetta quel logorio dettato dal lento scorrere del tempo: le donne preferiscono il sorriso plastico regalato dal botulino a quello naturale; gli uomini arrivano a truccarsi anche a 70 anni; mentre i giovani cadono sempre più in quella spirale sociale fatta più di apparenze che di concretezze. Distogliamo per un momento lo sguardo da tutti quei modelli televisivi e soffermiamoci a riflettere: essere liberi non significa essere perfetti ed omologati.
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