
L’esito del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è ormai scontato. Il Brexit è destinato a perdere. A determinare il voto è l’orribile assassinio della parlamentare laburista Jo Cox. Infatti prima di questo omicidio i sondaggi indicavano che l’esito del referendum era molto incerto e che il fronte favorevole all’uscita stava guadagnando consensi. Questo trend è stato arrestato e addirittura rovesciato dall’assassinio della giovane parlamentare laburista da parte di uno squilibrato.
Come è stato scritto dal collega Marcello Foa, questo gesto criminale che incide sulla libera espressione del voto su una questione della massima importanza non solo per la Gran Bretagna avrebbe dovuto indurre il Governo a rinviare il voto. Ovviamente questa idea non è stata nemmeno presa in considerazione ed invece assistiamo da parte degli organi di stampa della City londinese ad una campagna tesa a sostenere che questo atto criminale non altererà minimamente il risultato del referendum. E’ prevedibile che questa macchia rappresenterà un’ombra indelebile su questo referendum, che diverrà continuo motivo di polemiche e che renderà molto problematica la riappacificazione tra le due ali del Partito Conservatore che si sono battute in queste settimane l’una contro l’altra. Dunque, anche se la Brexit perderà, la vita del Governo Cameron diventerà molto difficile.
La sconfitta della Brexit rappresenta una vittoria per l’Europa? Vi è piu’ di un motivo per dubitarne. Innanzitutto questo risultato è inquinato da un orribile assassinio. In secondo luogo, il vento della rivolta contro le politiche liberiste dell’Unione Europea è destinato a diventare sempre piu’ forte, come ha dimostrato la sconfitta del Partito democratico di Matteo Renzi e la vittoria del Movimento 5 stelle in Italia e come metteranno in mostra i risultati delle elezioni di domenica prossima in Spagna. Il motivo di questa certezza è presto spiegato: l’Unione non ha alcuna intenzione di cambiare politica economica e quindi di intraprendere quelle scelte necessarie per uscire dalla crisi e per dare sollievo ai ceti sociali meno favoriti che da anni stanno vedendo peggiorare le loro condizioni di vita. La politica economica europea, come quella americana e giapponese, è oramai determinata dai grandi gruppi finanziari ed attuate dalle banche centrali che sono i loro fedeli servitori. Come abbiamo spesso ripetuto, la continua stampa di moneta e i tassi di interesse negativi permettono solo di guadagnare tempo e sono destinati a produrre sempre maggiori effetti perversi. Infatti i tassi negativi danno l’impressione che i debiti pubblici siano sostenibili, permettono ad imprese decotte di sopravvivere e dall’altro canto penalizzano i piccoli risparmiatori e creano enormi problemi (che non mancheranno di emergere) alle casse pensioni e quindi per il futuro della stragrande maggioranza dei lavoratori. I tassi di interesse negativi non hanno prodotto alcun aumento significativo degli investimenti e quindi non hanno creato i presupposti per la ripresa. Le grandi multinazionali li hanno utilizzati per riacquistare le azioni proprie e quindi far lievitare il corso delle loro azioni e, quindi, i bonus dei loro top manager. Questa politica è sbagliata e non farà uscire l’Europa dalla crisi.
Per uscire dalla crisi, occorre un radicale cambiamento di politica economica, il cui obiettivo deve essere la ricostruzione del mercato del lavoro dei Paesi di vecchia industrializzazione distrutto dalla globalizzazione e dalle politiche liberiste di questi ultimi decenni. Esattamente il contrario di quanto sta facendo, ad esempio François Hollande in Francia, ed esattamente quanto chiedono i lavoratori che scioperano contro la nuova legge del lavoro. Ma ciò non basta. Occorre un po’ di protezionismo, vere legge antitrust, una vera lotta contro l’elusione fiscale delle grandi multinazionali e dei grandi interessi finanziari, una riforma vera del settore finanziario che deve servire l’economia reale e non la speculazione, che è una mano morta che succhia risorse e crea instabilità, e grandi investimenti infrastrutturali. Insomma, occorre un New Deal. Non ci siamo ancora, ma la crescente insoddisfazione popolare che raggiunge oramai persino gli Stati Uniti fanno bene sperare. Anche la battaglia referendaria in Gran Bretagna ha dimostrato che non bastano più le campagne stampa giocate utilizzando l’arma della paura. Ora occorre gettare il sangue di innocenti per condizionare l’opinione pubblica. Ciò conferma che i piccoli gruppi di potere che comandano il mondo hanno paura, anche perché sanno che non hanno da offrire alcuna prospettiva credibile se non quella di una società formata da una grande massa di poveri e lavoratori precari e di un ristretto gruppo di oligarchi sempre più ricchi.
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