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Inizia un lungo e grande ribasso delle borse
Inizia un lungo e grande ribasso delle borse
Inizia un lungo e grande ribasso delle borse
Redazione
11 anni fa
È cominciato un bear market che metterà a nudo la crisi dell’attuale sistema economico

Lo scandalo della Volkswagen non è che l’ultima nocciolina che rafforza il ribasso delle borse già cominciato da qualche settimana. Ci sono infatti tutti gli ingredienti di un grande Bear Market, simile a quello dello scoppio della bolla delle dot.com nel 2000. A poco o nulla è destinata a servire la decisione della Federal Reserve di non aumentare i tassi. Anzi le motivazioni addotte dalla banca centrale forniscono un’ulteriore ragione per il ribasso delle borse. Come tutti sanno, la Fed ha infatti dichiarato di aver deciso di lasciare inalterati i tassi di interesse perché nutre forti timori sulla solidità dell’economia internazionale. Ma cerchiamo di indicare le ragioni che spingono a ritenere che non si sia in presenza di una semplice correzione degli indici azionari (secondo alcuni, addirittura salutare dopo la continua corsa al rialzo degli ultimi anni), ma di una questione ben più seria destinata a protrarsi nel tempo e a provocare molto probabilmente una nuova grande recessione mondiale.

Innanzitutto, l’economia non sta bene non solo nei Paesi emergenti, ma anche in quelli industrializzati. Il Brasile e la Russia sono in recessione, l’economia cinese sta frenando e le economie dei Paesi esportatori di materie prime sono in grandi difficoltà per il forte calo del prezzo del petrolio e delle altre commodities. Insomma, questi Paesi, che rappresentano circa la metà del PIL mondiale non tirano più. Anzi, sono diventati un fattore di freno dell’economia mondiale. La conferma di questa tendenza è il forte rallentamento del commercio internazionale. Tra i Paesi di vecchia industrializzazione il Giappone è caduto in recessione, nonostante le continue iniezioni di liquidità della sua banca centrale. Insomma è fallita la cosiddetta Abenomics. L’Europa si sviluppa in maniera modesta, nonostante il Quantitative Easing della Bce e il calo del prezzo del petrolio che dovrebbe funzionare come un taglio delle tasse e quindi accrescere il potere d’acquisto dei consumatori del Vecchio Continente. Ora lo scandalo Volkswagen, che probabilmente toccherà altre case automobilistiche, è destinato ad intaccare uno dei suoi settori industriali più importanti. Infine la crescita degli Stati Uniti è molto meno solida delle apparenze di una disoccupazione in forte calo. Infatti, i salari non crescono e il tasso di partecipazione al mercato del lavoro rimane bassissimo. Inoltre l’unico settore che tirava veramente, quello dello shale oil, oggi è in piena crisi a causa del crollo del prezzo del petrolio. Dunque i dati economici non giustificano le attuali valutazioni di borsa.

Ma vi è di più. Ora sta arrivando il conto della politica seguita dalle maggiori banche centrali dei Paesi occidentali. La liquidità dispensata a piene mani ha alimentato enormi bolle che ora stanno scoppiando. La prima è quella delle materie prime. Il denaro facile e i prezzi elevati hanno spinto ad attuare enormi investimenti, a creare enormi sovracapacità produttive e un grande indebitamento di Paesi e società produttrici. Il conseguente crollo dei prezzi sta solo provocando un drastico taglio degli investimenti in questo settore e sta mettendo a nudo un’esposizione debitoria insostenibile. Il caso più evidente è quello delle società americane impegnate nello shale oil, che ora si tradurrà in molti casi di insolvenza. Altrettanto vale per il grande ammontare di prestiti accordati alle imprese dei Paesi emergenti, che sono servizi a finanziare la loro espansione mondiale, come il caso di molte società indiane. Infine il denaro facile e a basso costo ha alimentato la stessa bolla borsistica. Infatti le società americane si sono indebitate per riacquistare le azioni proprie e per far quindi salire i loro corsi facendo figurare utili per azione sempre migliori dovuto non a un aumento di redditività, ma alla diminuzione della base azionaria. Pure il margin lending (ossia l’indebitarsi per acquistare azioni) è ai massimi storici (oggi supera i 500 miliardi di dollari) e costituisce un’altra bolla che presto scoppierà.

Dunque, il bear market è cominciato ed è destinato a continuare a lungo. Il ribasso delle azioni e l’esplodere delle insolvenze peggiorerà ulteriormente le prospettive dell’economia mondiale e ora gli strumenti in mano alle banche centrali sono molto limitati, poiché il costo del denaro è già di poco superiore allo zero. Con una battuta si può dire che non bisogna interrogarsi su quando la Fed comincerà ad alzare i tassi, ma quando varerà un altro programma di Quantitative Easing.

I nodi stanno venendo al pettine. Le ristrette élites che governano il mondo occidentale non hanno capito che lo scoppio della bolla delle dot.com nel 2000 e la crisi finanziaria del 2008 richiedevano un cambiamento radicale della politica economica. Non l’hanno voluto fare e hanno fatto rafforzare le forze deflazionistiche presenti nell’economia, hanno permesso un’ulteriore forte crescita delle diseguaglianze e un ulteriore arricchimento di una “crema” che rappresenta non più dell’1% della popolazione. Nessuno è stato processato per le truffe del settore finanziario. Il risultato è che il comportamento truffaldini delle élites si sta diffondendo a macchia d’olio, come conferma lo scandalo Volkswagen e i continui scandali del settore finanziario.

Vi è però una speranza: questa crisi che si staglia all’orizzonte potrebbe produrre una crisi politica permettendo l’allontanamento dal potere dei partiti tradizionali di destra e sinistra che non hanno saputo usare le crisi del passato per attuare quei cambiamenti di politica economica sempre più urgenti. E’ dunque probabile che la crisi economica si trasformi in una salutare crisi politica.

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