
Il rischio di una spaccatura dell’euro è stato superato e il franco è destinato ad indebolirsi nei confronti della moneta unica europea? Il rafforzamento dell’euro, che la scorsa settimana ha raggiunto quota 1,25 rispetto al franco svizzero, ha indotto molti a rispondere affermativamente a queste domande. Nei giorni successivi l’euro si è leggermente indebolito, ma è restato comunque ben al di sopra del tasso minimo di cambio di 1,20. Il rafforzamento dell’euro ha sicuramente dato fiato alla nostra Banca Nazionale, che molto probabilmente ha approfittato dell’occasione per vendere un po’ della grande quantità di euro acquisita negli scorsi mesi. Non si può dunque nemmeno escludere che il successivo indebolimento dell’euro sia proprio dovuto agli interventi della nostra banca centrale. Sta di fatto che è la prima volta da circa due anni a questa parte che la moneta unica europea registra un movimento ascendente di questa ampiezza nei confronti della nostra valuta. Ci si può quindi domandare se si tratta unicamente di un fuoco di paglia oppure di qualcosa di più serio? Dare una risposta è impossibile, ma si possono cercare di individuare le cause di queste oscillazioni sui mercati dei cambi. Le ragioni possono essere ovviamente molte, ma due sono forse le principali. La prima è la convinzione che gli impegni assunti dalla Banca centrale europea rendono impossibile una rottura dell’Unione monetaria europea. Come noto, Mario Draghi ha assicurato di essere disposto ad usare tutti i mezzi a sua disposizione per difendere l’euro e, da allora, la speculazione contro l’euro si è notevolmente affievolita. A ciò ha pure contribuito il cosiddetto piano anti-spread (finora mai messo in opera), in base al quale la Bce interverrebbe per frenare l’ascesa dei tassi di interesse dei titoli statali di un Paese che ne facesse esplicita richiesta. Queste rassicurazioni e i soldi pompati nel sistema finanziario da parte della Bce hanno sicuramente diminuito le paure di una crisi finanziaria e anche i timori di una spaccatura dell’euro. L’ottimismo, che si respira oggi in Europa, non è però giustificato dall’andamento dell’economia europea e soprattutto di quella dei Paesi in difficoltà. I dati sono ovunque negativi e anche il miglioramento delle bilance commerciali di alcuni Paesi dell’Europa meridionale è più dovuto a una contrazione delle importazioni piuttosto che a una crescita dell’export. Anzi, in base alle previsioni di FMI e di altri istituti, per raggiungere gli obiettivi concordati di risanamento dei conti statali, molti Paesi dovranno attuare nuove manovre economiche. Tra questi figura anche l’Italia. Dunque, i miglioramenti avvenuti grazie agli interventi e alle dichiarazioni della Bce non giustificano l’attuale ottimismo. Il secondo motivo è costituito dalle continue iniezioni di liquidità attuate dalle principali banche centrali. La stampa di nuova moneta sta diffondendo un clima di ottimismo sui mercati finanziari. Esso presenta il pericolo della formazione di nuove bolle speculative, riducendo l’avversione al rischio (o la percezione dei rischi). Questo fenomeno, evidente sui mercati dei capitali (dove titoli ad alto rischio offrono oggi rendimenti piuttosto bassi), spinge molti ad acquistare anche i titoli dei Pesi europei in difficoltà. D’altro canto, la minore avversione al rischio spinge molti investitori, che avevano cercato rifugio nel franco svizzero, a venderlo per investire altrove. Di tutto ciò potrebbe beneficiare l’euro e, quindi, indirettamente anche il nostro Paese che ha solo da guadagnare da un indebolimento del franco. Sebbene sia difficile azzardare previsioni, vi è più di un motivo per ritenere che queste convinzioni, oggi prevalenti, siano destinate a resistere alla prova del tempo. Gli interventi delle banche centrali stanno infatti alterando l’andamento dei mercati finanziari, ma non riescono ad incidere in modo significativo sull’andamento dell’economia reale. Ed è proprio il continuo peggioramento della situa
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