
Concerto antologico di Roberto Vecchioni a Locarno venerdì 26 ottobre, per “Vecchioni 4 Emilia”, nell’ambito del 4° Concerto organizzato in collaborazione con l'Associazione Arte per l'Infanzia. Con lui i musicisti Eros Cristiani, Massimo Germini, Roberto Gualdi, Marco Mangelli e Lucio Fabbri. Roberto Vecchioni ha salutato la platea locarnese dicendo quanto questa data per lui fosse importante e non solo perché ama il pubblico svizzero e per lui rappresenta una “rimpatriata”; ma perché quando un tour giunge alla conclusione si canta meglio, con più fervore: chi sa quando capiterà ancora? Ha quindi inaugurato il suo concerto antologico con “Velasquez”, come ad iniziare idealmente un viaggio nel proprio vissuto. Dopo questo inizio, ha avuto luogo la vera, sentita, introduzione. “Cos’è la notte? La notte è quella cosa che cade su di un uomo quando perde l’amico, quando lo lascia la donna di una vita… Quando il figlio si ammala. Ed è proprio in quella notte che ciascuno comprende il valore dell’amicizia, dell’amore, del figliolo e di tutte le cose che paiono scontate. Ma noi siamo uomini! E dobbiamo essere più grandi di qualsiasi notte! Perché la notte è un’invenzione. E anche in fondo al buio più nero, si possono scoprire i colori più belli!”. Il professore ha poi vagato con delicatezza nelle poesie di quei “compagni di percorso” che da sempre popolano il suo viaggio, come Pablo Neruda, del quale ha recitato un brano: “Sia pace per le aurore che verranno, pace per il ponte, pace per il vino, pace per le parole che mi frugano più dentro e che dal mio sangue risalgono legando terra e amori con l’antico canto…”… Su queste parole, è sfumato lentamente verso il secondo brano della serata, una commovente Sogna ragazzo sogna. Arthur Rimbaud è invece il brano che forse Vecchioni canta più di rado: “Qui potevo cantarla”, ha detto, “In Svizzera so che c’è la curiosità giusta e l’apprezzamento necessario, per farla ascoltare…. Benché nessuno di voi fosse nato, quando l’ho scritto… La conoscete tutti per tradizione orale, vero?”, ha ironizzato, suscitando il sincero divertimento di tutti i presenti. Quel filo sottile che lega il Maestro in un discorso diretto, che amplifica uno stato di pura condivisone, è un’altra prerogativa tipica di questo cantautore che ha attraversato almeno cinquant’anni di storia della musica italiana, scrivendo canzoni intramontabili per sé e per altri e producendo libri e racconti di vita quasi inquantificabili. Una storia infinita che ha attinto nutrimento dalla letteratura, dalla vita umana, dalla poesia e dall’insegnamento sempre coltivato con altrettanta passione. Roberto Vecchioni è un chiaroscuro, un gioco di contrasti che si esprime non solo nella musica, ma nel potersi permettere di passare dalla pura poesia alla barzelletta, per tornare con la parabola e un aneddoto della sua lunga vita. Su tutto, un Dio che aleggia e non parla; ma presente come una “destinazione” che concederà un’eternità in grado di amplificare all’infinito tutto ciò per cui si è vissuto in terra. Quel paradiso in terra che per lui è fatto anche di arte condivisa, come si faceva nell’’800, quando pittori, poeti e musicanti convivevano, cercando di rappresentare ognuno secondo il proprio talento, la bellezza e la vita: l’arte, il cui compito è riempire i bisogni spirituali dell’uomo. Vecchioni ripercorre vita e canzoni in un tutt’uno e alla fine non li distingui più. La sua luce è fatta dei primi ricordi della protettiva mamma, del padre un po’ canaglia ma affascinante, del cane che per 17 anni è stato il suo direttore artistico: “Se stava seduto ad ascoltare era certamente un capolavoro… Se andava via… Era una cacata pazzesca!”. L’amore è sempre il caposaldo della sua vita; e poi ci sono i figli…. Che sono “i suoi colori del buio”…. E qui non può non sbocciare proprio il brano che...
Monica Mazzei
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