
Utilizzando il pretesto delle fake news (notizie false) è in corso sia negli Stati Uniti sia in Europa una campagna per normalizzare la libertà di espressione sui grandi social media (Google, Facebook, Twitter, Instagram, ecc.). Indubbiamente queste piattaforme sono spesso usate per diffondere notizie false, discorsi razzisti e di odio e altri contenuti molto discutibili, ma è legittimo sospettare che l’attuale richiesta di “censura” abbia altre origini. I grandi social media hanno drammaticamente ridotto l’influenza dei media tradizionali (stampa e TV), che nella maggior parte dei casi sono direttamente o indirettamente influenzati dal “politicamente corretto” e dai grandi gruppi di potere e hanno quindi permesso a singole persone, a nuovi gruppi politici o a movimenti alternative di far sentire la loro voce a milioni di persone, aggirando “l’imbuto” rappresentato dai media tradizionali. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: quei movimenti e quei partiti, che vengono definiti populisti e/o sovranisti dai media tradizionali, grazie a queste piattaforme hanno stabilito un contatto diretto con parte della cittadinanza e conseguito grandi successi elettorali. Dunque, il web e i social media fanno paura al potere, il quale invoca l’introduzione della censura.
Come sempre, la campagna è stata preparata molto bene: si è partiti con i troll russi che avrebbero influenzato le elezioni presidenziali, si è proseguito con alcune evidenti notizie false e si è proseguito con la denuncia di chiare invocazioni al razzismo e si potrebbe continuare. Nel frattempo è stata alimentata l’invocazione che i social media filtrino le notizie e i video che appaiono sulle loro piattaforme. Google, Facebook e Twitter hanno subito piegato la testa e hanno assunto migliaia di persone per svolgere questo lavoro. Nel contempo stanno affinando i loro algoritmi per far sî che questo lavoro venga fatto in gran parte o in futuro totalmente dalle macchine. In pratica, come ha scritto il settimanale “The Economist” stanno diventando i “ministri della verità” e aggiungiamo noi del “politicamente corretto”. La questione non è da prendere alla leggera per due motivi: il primo è che questo ristrettissimo numero di titani potrà stabilire ciò che può o non può apparire sulle loro piattaforme; il secondo è che vi è da dubitare che vengano “censurati” solo le “notizie false” e i messaggi razzistici e di odio, ma che sotto questo grande cappello possano essere inclusi anche le voci alternative e quindi vi sia un assalto in grande stile alla libertà di espressione. Infatti non sempre è facile distinguere una fake news da una notizia vera. In proposito, basta ricordare la più clamorosa delle fake news che fu l’affermazione dell’amministrazione Bush, secondo cui l’Iraq di Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. O ancora la contestazione della fantasiosa versione ufficiale dell’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy verrebbe censurata poiché complottistica. O ancora l’opinione che l’Islam è una minaccia per le società occidentali verrebbe censurata poiché incita all’odio. Si potrebbe continuare a lungo. I reali motivi di questa campagna è riprendere il controllo dell’informazione e della comunicazione. Si comincia ripulendo il web da contenuti falsi e odiosi e poi si continuerà con l’eliminazione delle voci libere prendendo a pretesto l’invocazione al fascismo o al razzismo.
Di questo grande pericolo si è fatto portavoce Jack Dorsey, CEO di Twitter, il quale (contrariamente a Google e Facebook) si è rifiutato di bandire Alex Jones di Infogram, il quale aveva sostenuto che la strage alla scuola Sandy Hook in Florida non sarebbe mai avvenuta e sarebbe stata un’invenzione del potere. Twitter lo ha invece sospeso per una settimana, lasciando i suoi tweets online. Jack Dorsey ha giustificato questa decisione, sostenendo che non spetta a Twitter, ma agli altri partecipanti alla piattaforma contraddire e denunciare le affermazioni di Alex Jones. In una testimonianza davanti a una Commissione del Congresso americano ha rincarato la dose, sostenendo che “se si induce le persone ad aver paura di parlare, la libertà di espressione, come filosofia e come elemento costitutivo delle nostre società, non vuol dire più niente”. Condividiamo completamente queste parole, che ricorda quelle di Voltaire, il quale ha affermato che avrebbe sempre lottato perché anche i suoi avversari avessero la libertà di parola per poi avere il diritto di contestarne le opinioni.
Non si deve assolutamente sottovalutare questa questione. Anche in Europa e non solo negli Stati Uniti si sta pensando ad una regolamentazione della Rete. Ad esempio, in Germania le piattaforme sottostanno già a precisi limiti di tempo per eliminare i discorsi che incitano all’odio. Ma anche per i tedeschi distinguere tra verità e fake news sembra difficile e questo caso non riguarda i social media. Negli scorsi giorni si sono succedute numerose manifestazioni di Chemnitz dopo l’uccisione di un cittadino tedesco da parte di due profughi. Angela Merkel si è subito affrettata a condannare queste manifestazioni e a condannare la caccia allo straniero attuata dai dimostranti di estrema destra. Il dramma per la cancelliera è che il capo dell’Ufficio federale per la Protezione della Costituzione (ossia il capo dei servizi tedeschi), Hans Georg Maassen l’abbia subito smentita, dicendo che non vi è mai stata alcuna caccia all’uomo. Immediatamente sono state chieste le sue dimissioni per aver osato smentire il capo del Governo. In questo clima di caccia alle streghe, alimentato da un establishment, che è terrorizzato dalla paura di perdere il potere è pericoloso non opporsi a queste misure censorie che rischiano di far diventare i titani del Web anche i “ministri della verità e del politicamente corretto”. E’ bene invece continuare a difendere la libertà di espressione che anche di quelle persone che hanno idee completamente opposte alle nostre.
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