
I nodi stanno venendo al pettine. Le promesse di Matteo Renzi vengono spazzate via dalle cifre ricordate dalla Commissione europea. Bruxelles ha permesso all’Italia di far slittare di un anno gli obiettivi di risanamento del bilancio pubblico, ma ha ricordato che le previsioni di crescita dell’economia sono troppo ottimistiche e che servono “sforzi aggiuntivi” per ben 9 miliardi di euro per non deviare troppo dagli obiettivi di quest’anno e uno sforzo ancora superiore, che non è stato quantificato, per centrare gli obiettivi per l’anno prossimo. Quindi occorrerà una manovra correttiva il prossimo autunno e una legge di stabilità, che è poi il bilancio preventivo, con risparmi veri per l’anno prossimo. Come se non bastasse, l’ottimismo sparso a pine mani da Matteo Renzi nel corso dell’ultima campagna elettorale è stato raffreddato anche dai dati sulla disoccupazione che vola al 13,6% nel primo trimestre di quest’anno e che raggiunge il 46% tra i giovani. Queste sono le cifre ufficiali diffuse dall’Istat, quelle reali stimano che il numero dei disoccupati si aggiri attorno ai 6 milioni.
L’Italia come la Francia, duramente richiamata da Bruxelles, come la Spagna, la Grecia e il Portogallo sono di fronte a un bivio. La mancanza di crescita e il continuo aumento della disoccupazione rendono insopportabile sostenere ulteriori misure di austerità, ma gli impegni europei obbligano questi Paesi a varare ulteriori misure per tirare la cinghia. Nel breve termine questa alternativa verrà superata grazie ad artifici contabili (come il prossimo inserimento nel calcolo del PIL dei proventi della prostituzione, del traffico di stupefacenti e di altre attività illecite), ma nel medio termine pone di nuovo il problema di scegliere tra l’adesione alle regole dell’euro o l’uscita dall’Unione monetaria europea. Questa secca alternativa è stata evocata nella campagna elettorale dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia, che richiedono esplicitamente l’uscita dall’euro, da Beppe Grillo e da Forza Italia, che chiedono un impossibile cambiamento delle regole di funzionamento dell’euro. Matteo Renzi ha invece eluso questa problematica, sostenendo di fatto la tesi secondo cui una maggiore credibilità del Governo italiano avrebbe permesso di ottenere a livello europeo quegli spazi di manovra sufficienti a rilanciare l’economia italiana. La realtà non è questa ed è quindi prevedibile che il consenso plebiscitario di cui gode Matteo Renzi comincerà ad essere intaccato e che addirittura possa seguire il percorso di Mario Monti, che è passato nel giro di pochi mesi da salvatore della patria a responsabile dell’affossamento dell’economia italiana.
Infatti la congiuntura internazionale non è destinata a risollevare le sorti dell’Italia, così come le nuove misure espansive che la Banca centrale europea adotterà giovedì prossimo. Il vero problema rimane il meccanismo di funzionamento dell’euro, che non dà e non puo’ dare quella flessibilità alla politica economica dei Paesi in difficoltà, di cui avrebbero estremo bisogno. Infatti, l’intera impalcatura dell’euro è basata su pochi principi basilari: la banca centrale deve controllare l’inflazione, gli Stati devono avere conti pubblici in ordine e la crescita economica dipende la competitività dei diversi sistemi-Paese che puo’ essere ottenuta solo attraverso liberalizzazioni, privatizzazioni, ossia attraverso una continua corsa verso il basso di prezzi e salari. E questa politica sta producendo i risultati desiderati: l’inflazione è scesa allo 0,5% in Eurolandia e fa prevedere che si possa cadere in deflazione. Questi vincoli dell’euro non permettono il varo di politiche di rilancio basate su grandi investimenti pubblici e non rende nemmeno possibili politiche di redistribuzione dei redditi, poiché cozzerebbero contro i vincoli di bilancio e poiché non esiste alcuna politica tributaria comunitaria. Dato che la congiuntura internazionale non è favorevole e dato che la politica monetaria non basta a far uscire l’Europa dalla crisi, ritornerà al centro del dibattito la necessità di liberarsi di un euro che condanna il Vecchio Continente al declino e a livelli di disoccupazione insostenibili.
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