
Le critiche di alcuni esponenti del mondo accademico ai tagli salariali proposti da alcune aziende hanno provocato una vivace reazione degli ambienti imprenditoriali. Alcuni docenti universitari hanno infatti sostenuto che questi tagli di salari erano ingiustificati e che mettevano in luce carenze manageriali di alcune imprese ticinesi. Il loro ragionamento parte dal presupposto che era evidente che la Banca Nazionale (BNS) non avrebbe potuto difendere il tasso di cambio minimo di 1,20 franchi rispetto all’euro e che quindi le imprese avrebbero dovuto negli ultimi tre anni conseguire quei guadagni di produttività in grado di consentire loro di rimanere competitive anche dopo l’abbandono della soglia minima e dopo un apprezzamento del franco, che attualmente si aggira attorno al 10%. Quindi, i tagli salariali sono il frutto di errori di gestione o, in alcuni casi, di imprese impegnate in produzioni a basso valore aggiunto che sopravvivono unicamente grazie ai bassi salari. Anche se è difficile fare un discorso generale, poiché ogni impresa ha le sue specificità, proviamo ad offrire un’altra lettura di quanto sta avvenendo.
Non vi è dubbio che una rivalutazione del franco di poco più del 10% dovrebbe essere facilmente assorbita da un sistema industriale abituato a convivere con una valuta che ha sempre teso a rafforzarsi. Partendo da questo presupposto, il mondo delle imprese “sfrutta” la mossa della BNS per attuare una diminuzione ingiustificata dei salari. Non è escluso che questo sia l’intento di qualche impresa, ma l’estensione del fenomeno anche ad alcune aziende della Svizzera tedesca invita alla cautela. La differenza con il passato è l’ambiente deflazionistico nel quale opera il mondo delle imprese. Ciò vale non solo per la Svizzera, ma anche e soprattutto per un’Europa in cui l’indice dei prezzi al consumo è negativo e dove la stagnazione economica ha scatenato una vera e propria “guerra dei prezzi” per difendere le quote di mercato. Quindi, in molti casi la rivalutazione del franco si aggiunge alle richieste dei committenti che chiedono in continuazione prezzi sempre inferiori. E non è valida la distinzione tra produzioni ad alto o a basso valore aggiunto, poiché questo fenomeno tocca quasi tutti i settori. Questo discorso non giustifica i comportamenti che si sono manifestati recentemente. Più precisamente, non giustifica richieste stravaganti di riduzioni di salario nettamente superiori al rafforzamento del franco e soprattutto non giustifica l’adozione di misure unilaterali senza aver prima consultato le maestranze alle quali spiegare (conti alla mano) la necessità di un taglio salariale. In queste circostanze è assolutamente comprensibile e perfettamente giustificata la reazione di operai e sindacati.
I casi ticinesi sono comunque solo la punta di un iceberg. La pressione al ribasso sui salari si sta già generalizzando. Ciò è dovuto all’attuale contesto deflazionistico. Il mondo del lavoro non deve illudersi che questi casi rimarranno isolati. Anzi, si estenderanno sempre più. Il mondo industriale sostiene che non è in grado di competere con un costo del produrre in Svizzera (che non vuol dire solo costo del lavoro) che è superiore a quello degli altri Paesi europei, che i guadagni di produttività indispensabili sono sempre maggiori, poiché i concorrenti continuano ad abbassare i prezzi, e perché sono soprattutto sempre più difficili da conseguire. Quindi, in molti casi viene ventilata la minaccia della delocalizzazione. D’altro canto, i sindacati faranno giustamente valere che i salari svizzeri sono giustificati da un costo della vita che è superiore a quello degli altri Paesi europei e che quindi una riduzione dei salari comporterebbe una forte riduzione del tenore di vita dei lavoratori, frenerebbe i loro consumi, farebbe stagnare (o addirittura far cadere in recessione) l’economia elvetica e rafforzerebbe le spinte deflazionistiche. Ambedue le parti hanno molte ragioni, ma impostato in questo modo il confronto tra le parti sociali rischia di non avere vincitori, ma solo perdenti. Detta in termini chiari, molto probabilmente non vinceranno né i lavoratori e le organizzazioni sindacali, né gli ambienti imprenditoriali. E (aggiungo io) non vincerà nemmeno il nostro Paese. Chi vincerà sarà il solito terzo incomodo, ossia quegli ambienti che già beneficiano ampiamente di posizioni di rendita e che ne beneficeranno ancor più. Sono i proprietari di casa, i monopoli all’importazione, gli operatori della sanità, ecc. che sono gli stessi che determinano l’elevato costo della vita in Svizzera e che godono a livello politico di enormi capacità di pressione.
Quindi, il perdente rischia di essere l’economia svizzera. Infatti da questo confronto rischia di uscire indebolita la nostra base industriale, mentre rischiano di uscire rafforzati i settori che vivono di rendita e che non sono in grado di offrire alcun futuro al nostro Paese. Speriamo che gli ambienti imprenditoriali e politici svizzeri, che sono tentati di percorrere questa strada, si rendano conto di quanto grandi sarebbero i pericoli.
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