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Il capitalismo si sta suicidando
Redazione
11 anni fa
Le multinazionali investono sempre meno, accumulano sempre maggiore liquidità e soprattutto pagano sempre meno tasse

Negli ultimi tempi il nostro Paese è stato una delle vittime della lotta all’evasione fiscale delle persone fisiche lanciata dagli Stati Uniti e sostenuta dai principali Paesi europei. Mentre questa campagna era in pieno corso, i Governi dei principali Paesi mondiali non si sono accorti della crescente elusione fiscale delle grandi multinazionali. In pratica, grazie a complicate strutture societarie queste società riescono a versare ai diversi Paesi sempre meno tasse. Il fenomeno non è solo preoccupante per una questione di equità fiscale, ma soprattutto per le distorsioni che provoca. La prima distorsione è una vera e propria concorrenza sleale. Infatti le piccole e medie aziende non devono solo competere con società già avvantaggiate da marchi conosciuti, da dimensioni di scala maggiori, da una rete di vendita che copre diversi Continenti, ma anche con uno svantaggio fiscale dato dal fatto che sono costrette a pagare percentualmente più imposte dei concorrenti più grandi. Non deve dunque sorprendere che in molti settori economici vi siano, da una parte, poche società multinazionali e, dall’altra, solo piccole e medie imprese o società che fanno prodotti di nicchia. Questo fenomeno è preoccupante: inibisce la concorrenza e rende sempre più difficile che si affermino nuove società in grado di scalfire i grandi che si sono spartiti il mercato. Se ciò vale per i settori tradizionali, la situazione è ancora peggiore in quelli nuovi. Come tutti sanno Google, Facebook, ecc. raccolgono pubblicità nella maggior parte dei Paesi europei senza versare alcuna imposta sugli utili. Quindi competono con motori di ricerca, portali nazionali, giornali, Radio e TV nella raccolta pubblicitaria senza versare alcuna imposta sugli utili conseguiti nei diversi Paesi.

Ma c’è di più. I soldi “risparmiati” non vengono usati per aumentare gli investimenti. Anzi, gli investimenti stanno diminuendo e queste società stanno accumulando quantità enormi di mezzi liquidi. Spesso questa liquidità viene usata per acquistare le azioni proprie e quindi farle salire in borsa con il risultato di far lievitare anche le remunerazioni dei loro manager, che sono abitualmente legate all’andamento del corso dell’azione della società che dirigono. Infatti, molti studi hanno messo in evidenza che questo sistema di remunerazione dei manager li spinge a privilegiare il raggiungimento di sempre maggiori utili rispetto a investimenti che si possono rivelare redditizi solo a medio e a lungo termine.

Questo comportamento ha effetti rilevanti anche a livello macroeconomico: aggrava l’attuale crisi. Infatti, l’eccessivo accumularsi di liquidità e il calo della propensione ad investire produce il risultato di ridurre l’occupazione e la domanda globale. In pratica, questi comportamenti rendono più acuta la crisi in cui si trascinano da anni le economie occidentali. Questa attitudine si accompagna ad una compressione delle retribuzioni dei lavoratori, la cui crescita a partire dal 1995 è sempre minore. Addirittura in molti Paesi i salari stanno diminuendo e, come noto, questo fenomeno comincia a manifestarsi anche nel nostro Paese. Quindi, mentre la redditività e gli utili delle grandi società multinazionali crescono, i salari non riescono a tenere il passo non permettendo quell’aumento dei consumi indispensabile per il rilancio della crescita economica.La reazione dei politici non fa che peggiorare la situazione. In molti Paesi si aumentano le tasse sui consumi e si cerca di ridurre l’imposizione fiscale sulle persone giuridiche per paura che preferiscano altri lidi. È quanto ha fatto il Giappone, è quanto stanno facendo molti Paesi europei ed è anche quanto intende fare la Svizzera. Anche gli sforzi dell’OCSE tesi a varare delle formule per chiudere le scappatoie utilizzate dalle multinazionali per eludere le tasse sono in grande ritardo e insufficienti a risolvere il problema.

Dunque, proprio le società che esercitano maggiore influenza nell’economia del mondo d’oggi e che condizionano le decisioni dei Governi sono protagoniste di comportamenti che tendono a distruggere i meccanismi essenziali dell’economia di mercato e a contribuire a fare cadere i nostri Paesi in una fase di deflazione che appare sempre più incombente. È una faccia della follia attuale, in cui la competizione internazionale (anche e soprattutto a livello fiscale) provoca effetti controproducenti sia a livello economico, frenando la ripresa, sia a livello sociale con la crescita delle diseguaglianze sociali, sia a livello politico con la crescente perdita di potere degli Stati nazionali e quindi delle nostre democrazie. Siamo all’interno di un meccanismo che porta all’autodistruzione e che spinge a scrivere che lo stesso capitalismo si sta suicidando.

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