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Il 55% delle uccisioni di giornalisti avviene in zone non conflittuali
Il 55% delle uccisioni di giornalisti avviene in zone non conflittuali
Il 55% delle uccisioni di giornalisti avviene in zone non conflittuali
Redazione
7 anni fa
Una giornata per sensibilizzare all'importanza della libertà di stampa, di espressione e per tutelare il lavoro del giornalista

Il 2 novembre è la Giornata mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, indetta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2013, in memoria dell'omicidio di due reporter francesi uccisi in Mali. Un fenomeno, quello dei delitti contro la stampa e contro  la libertà di espressione, che purtroppo prima di questa data, voluta soprattutto per sensibilizzare e denunciare, ha visto numerosi precedenti. Il più grave, il massacro di Maguindanao, nelle Filippine, in cui vennero assassinate 46 persone, tra cui 30 reporter che seguivano il corteo di un candidato politico: era il 23 novembre del 2009. Non si può dimenticare il caso di Malta, dove è stata uccisa da una bomba, Daphne Caruana Galizia, reporter maltese componente del team internazionale di giornalisti di inchiesta vincitore del Pulitzer 2017 con le rivelazioni sui Panama Papers. Proprio il caso di Daphne ricorda a tutti che nessuna regione del mondo è immune da tali crimini.

"Solo nel 2016 abbiamo perso 102 giornalisti e 9 casi su 10 non portano i responsabili alla giustizia", così Enrico Vincenti, Segretario generale della Commissione nazionale italiana per l'Unesco e prosegue "quello che è interessante sapere è che nel 93% di casi si tratta di giornalisti locali, vuol dire che c'è un rapporto diretto fra il malaffare e la società". Una giornata come questa è necessaria perché spiega Vicenti "bisogna tutelare la libertà di stampa e di pensiero, bisogna difendere questo valore fondamentale delle nostre società". 

I dati del rapporto Unesco

Dal 2006 al 2018, sono 1.109 i reporter uccisi per aver denunciato e raccontato storie di corruzione, crimine e politica. Il 90% dei casi resta impunito. La pubblicazione rileva anche un aumento del 18% delle uccisioni di giornalisti negli ultimi cinque anni (2014-2018) rispetto al quinquennio precedente. I Paesi arabi costituiscono la parte più letale del mondo per i giornalisti con il 30% delle uccisioni globali, seguiti dall'America Latina e dalla regione dei Caraibi (26%), poi dagli Stati dell'Asia e del Pacifico (24%). Il rapporto inoltre mostra che negli ultimi due anni il 55% delle uccisioni di giornalisti è avvenuto in zone non conflittuali: i giornalisti cioè non hanno perso la vita sotto le bombe o raggiunti da armi da fuoco mentre svolgevano il loro servizio come inviati, ma mentre erano impegnati nel loro Paese a rivelare scandali, verità nascoste, notizie sgradite ai potenti, ai criminali, ai corrotti e a quanti fanno affari con l’illegalità.

L’Unesco ha finora registrato nel 2019 una diminuzione delle uccisioni, 43 rispetto ai 90 uccisi al 30 ottobre 2018, e un lieve aumento del numero di casi risolti ma, sembrerebbe, nulla di significativo. "Mezzi di comunicazione fiorenti, liberi e indipendenti sono indispensabili affinché i governi, le imprese e la società in generale siano chiamati a rendere conto del loro operato" ha dichiarato l'Alta rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e prosegue "proprio per aver tutelato questo fondamentale diritto svolgendo il loro lavoro, troppo spesso i giornalisti e gli altri operatori dei mezzi di comunicazione sono attaccati, perseguitati, molestati o intimiditi". 

Questa giornata ci aiuta a ricordare che abbiamo un problema a livello globale e l'Europa non è esclusa. Difendere i giornalisti, quindi, diventa importante per difendere la libertà di stampa, d'informazione e di espressione di tutti. "La libertà di stampa non è la libertà di scrivere ciò che ci pare, è la libertà di scrivere ciò che ci pare senza subire conseguenze" ha ribadito Riccardo Noury, portavoce di Amensty International Italia.  

MM

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