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I rialzi di franco, petrolio e borsa di Atene
Redazione
12 anni fa
Non sono i mercati, ma le banche centrali e le considerazioni geopolitiche a determinare questi movimenti

L’ascesa del franco, liberato dall’abbraccio forzoso con l’euro, il crollo del prezzo del petrolio e la possibilità di un default della Grecia che avrebbe potuto sfociare in un’uscita del Paese ellenico dall’Unione monetaria europea erano i temi che dominavano le discussioni politiche ed economiche ancora pochi giorni fa. Ora invece abbiamo un franco che è sceso sotto l’1,05 nei confronti dell’euro, un prezzo del petrolio che silenziosamente sale e si avvicina ai 60 dollari il barile ed una borsa di Atene che effettua un prodigioso rimbalzo alimentato dalla speranza di un’intesa con l’Unione Europea.

I tre movimenti non sono tra loro correlati, ma hanno un’unica ragione: per il franco, l’azione della Banca Nazionale Svizzera; per il petrolio e la borsa di Atene l’azione dei Governi motivata da considerazioni geopolitiche.

Cominciamo con il franco. Come noto, la mattina dello scorso 15 gennaio la Banca Nazionale Svizzera (BNS) aveva annunciato l’abbandono dell’obiettivo di difendere la soglia minimia di cambio di 1,20 nei confronti dell’euro. La dichiarazione aveva sorpreso tutti ed aveva immediatamente fatto letteralmente schizzare verso l’alto la nostra moneta. Nei giorni successivi il tasso di cambio si era stabilizzato attorno alla parità. E ultimamente il franco si era indebolito per scendere ieri sotto la soglia di 1,05 nei confronti dell’euro.

Questi movimenti sono interamente dovuti alla BNS che, come ha rivelato la stampa domenicale della Svizzera tedesca, ha deciso di cercare di mantenere il tasso di cambio del franco nei confronti dell’euro all’interno di una fascia di oscillazione tra 1,05 e 1,10. Se la BNS riuscirà a mantenere il franco all’interno di questa fascia di oscillazione vuol dire che l’apprezzamento della nostra moneta si aggirerà attorno al 10%.

Si tratta di una rivalutazione dolorosa per molti settori economici e per molte imprese, ma molto probabilmente sopportabile dalla nostra economia che dovrebbe dunque subire un significativo rallentamento della crescita e un periodo di caduta dei prezzi (ossia di deflazione), ma non temere una caduta in recessione e nemmeno effetti eccessivamente negativi per la nostra struttura economica.

Insomma, la BNS si è assunta le sue responsabilità nei confronti del nostro Paese, si è preoccupata di stabilire una nuova soglia di cambio che non sia troppo dannosa per la nostra economia e che potrà difendere in modo flessibile, non avendola proclamata pubblicamente, come invece fece il 6 settembre del 2011 con il tasso di cambio minimo.

Questa scelta è comunque destinata ad avere alcune ripercussioni negative. La prima e la piu’ importante è che la BNS continuerà a stampare franchi per acquistare euro onde evitare l’apprezzamento del franco. Quindi, rimarrà in circolazione una enorme quantità di franchi che continuerà ad alimentare la bolla del settore immobiliare e a creare distorsioni nel nostro sistema economico e finanziario.

Il successo di questa politica della BNS dipenderà comunque dall’evoluzione della crisi dell’euro. La settimana scorsa il tasso di cambio della moneta unica europea nei confronti del dollaro americano si è stabilizzato e addirittura l’euro si è mosso leggermente al rialzo. Questo fenomeno ha sicuramente facilitato l’opera di indebolimento del franco attuata dalla BNS. Ma è ancora presto per dire se si tratta di un movimento temporaneo oppure di una tendenza di medio periodo.

Se il movimento del franco è interamente dovuto alla BNS, il rialzo del prezzo del petrolio e il rimbalzo della borsa di Atene sono molto probabilmente dovuti ad interventi statunitensi dovuti a considerazioni geopolitiche.

Cominciamo con il greggio. Il prezzo del barile di petrolio ha cominciato a salire all’indomani della visita del presidente americano Barack Obama in Arabia Saudita. In precedenti blog, avevamo sempre sostenuto che il crollo del prezzo del petrolio era dovuto alla scelta dei Paesi arabi del Golfo di non ridurre la produzione per sostenere il prezzo del greggio.

Questa politica – e lo ripetiamo – era chiaramente diretta contro una Washington che dialoga con l’odiato Iran sciita senza tenere conto delle preoccupazioni e degli interessi delle petromonarchie. Per queste ultime si trattava di richiamare all’ordine l’amministrazione americana, dimostrando che si potevano provocare notevoli danni agli Stati Uniti. E i danni sono diventati sempre maggiormente chiari: il dimezzamento del petrolio ha messo in crisi l’importantissimo settore energetico americano.

Le grandi società petrolifere hanno annunciato pesanti tagli degli investimenti e dell’occupazione, altrettanto hanno fatto le società che forniscono servizi alle majors e in crisi stanno finendo le nuove attività di estrazione di petrolio attraverso la tecnica della fatturazione idraulica (il cosiddetto shale oil) che erano diventate il vanto di Washington e che facevano addirittura sperare nell’indipendenza energetica degli Stati Uniti. I danni stavano e stanno propagandosi anche al settore finanziario che ha massiccia,mente finanziato sia le vecchie sia le nuove attività di estrazione.

Il risultato era ed è la crisi di un settore fondamentale dell’economia americana, che incrinava la forza di una ripresa che rimane comunque modesta, e il rischio di una crisi finanziaria per il default delle società impegnate nello shale oil, che non sono redditizie con questi prezzi del greggio.

La visita di Obama ha avuto un effetto “miracoloso”: il prezzo del petrolio ha cominciato a salire, sebbene non vi sia alcuna notizia economica che giustifichi questo movimento. La Cina sta sempre rallentando, l’Europa e il Giappone stanno arrancando e molti Paesi emergenti sono in difficoltà. Dunque non si prospetta un aumento della domanda di greggio. Lo stesso discorso vale per la produzione di greggio non vi sono stati avvenimenti politici che hanno messo fuori gioco importanti pozzi petroliferi. Il motivo è semplice: Barack Obama ha rassicurato i sauditi e questi ultimi stanno favorendo la ripresa del prezzo del petrolio.

Un discorso analogo vale per la Grecia. Il programma del nuovo Governo greco e i primi passi di Alexis Tsipras sembravano condurre ad un aspro confronto con l’Unione Europea e addirittura a spingere alcuni ad ipotizzare l’uscita della Grecia dall’euro. Nel giro di pochi giorni tutto sembra cambiato. La svolta è stata determinata dalle dichiarazioni di sostegno al Governo di Syriza da parte del presidente Obama, preoccupato di uno scivolamento di Atene nelle braccia di una Russia, che aveva garantito un appoggio economico al Paese ellenico.

La presa di posizione americana è stata ripetuta da Londra e fatta propria da altri Paesi europei, come la Francia (incapaci di avere una posizione autonoma), e all’improvviso è apparsa possibile una soluzione di compromesso che tuttavia è destinata soddisfare Atene, ma a scontentare Berlino e gli altri Paesi dell’Europa del Nord. Come avevamo scritto, si rimoduleranno le scadenze del debito greco e si ridurranno i tassi di interesse, ma si lascerà anche la libertà a Syriza di mantenere gran parte delle promesse elettorali, la cui realizzazione dovrebbero riportare nelle cifre rosse anche i conti pubblici di Atene prima del pagamento degli interessi.

La partita è ancora aperta, ma per il momento Alexis Tsipras appare il grande vincente e Angela Merkel la grande perdente. E’ tuttavia facile prevedere che vi saranno nuovi colpi di scena.

Dunque, stiamo assistendo ad un impressionante attivismo americano che conferma la potenza degli Stati Uniti, ma che mette anche in luce che Washington si muove in modo disordinato, come un Paese, in cui gli obiettivi tattici e di breve periodo prevalgono su quelli strategici. Ma di questo ci occuperemo in un prossimo blog.

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