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I difficili rapporti tra Svizzera ed Europa
Redazione
14 anni fa
A venti anni dalla bocciatura dell'adesione allo Spazio Economico Europeo, la questione dei rapporti con Bruxelles rimane irrisolta

Il 6 dicembre del 1992 il popolo e i catoni svizzeri dissero no allo Spazio Economico Europeo. La ricorrenza, che cade esattamente domani, ha rilanciato l’ormai più che ventennale discussione sui rapporti tra Svizzera e Unione Europea. La questione, come ha confermato il recente dibattito, rimane aperta. Per il nostro ministro degli esteri, Didier Burkhalter, l’unica via percorribile è quella degli Accordi bilaterali. Secondo un sondaggio realizzato dalla SSR, questa è anche l’opinione della maggioranza della popolazione del nostro Paese. Per il presidente del Partito Democristiano svizzero, Cristoph Darbellay, occorre invece ritornare a votare sull’adesione allo Spazio economico europeo, poiché Bruxelles ritiene che la via degli accordi bilaterali sia esaurita. Secondo Darbellay la nuova chiamata alle urne dovrebbe essere preceduta dal ritiro della domanda di adesione della Svizzera all’Unione Europea per non lasciare spazio ad alcun equivoco che si tratti di un primo passo per poi aderire all’Unione Europea. Per l’UDC di Blocher, bisogna invece dapprima sottolineare che il o allo Spazio Economico non ha rappresentato alcun dramma per l’economia elvetica, che oggi vanta condizioni di salute invidiate dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione. Inoltre Blocher invita a rivedere l’accordo sulla libera circolazione delle persone e gli accordi di Schenghen. Le opinioni in merito restano dunque molto diverse. Una nuova chiamata alle urne sullo Spazio Economico Europeo appare irrealistica non solo perché non vi è il consenso popolare, affinché abbia qualche possibilità di successo, ma anche perché vorrebbe dire riprendere il diritto europeo in molti ambiti, come l’aiuto sociale automatico, la liberalizzazione dell’elettricità, dei trasporti, l’abolizione della Lex Koller, ecc. Pure la via degli Accordi bilaterali si fa sempre più difficile, poiché Bruxelles chiede l’adeguamento immediato delle regole elvetiche a quelle svizzere e soprattutto perché l’Unione Europea chiede la costituzione di un’autorità di controllo, di cui facciano parte anche parte anche i rappresentanti di Bruxelles. Dunque che fare? E’ evidente che la disputa più importante tra Bruxelles e Berna riguarda le questioni fiscali. On si tratta solo della richiesta dell’Unione di ottenere uno scambio automatico di informazioni in materia fiscale, che smantellerebbe quello che resta del segreto bancario, ma anche la richiesta di un aumento della pressione fiscale sulle Holding e le altre società di sede che secondo l’Unione Europea sarebbero tassate troppo poco in Svizzera, creando quindi una concorrenza fiscale dannosa. E’ evidente che su questi dossier la Svizzera si trova in una posizione di relativa debolezza soprattutto dopo la bocciatura del modello Rubik da parte del Bundesrat tedesco e dopo la minaccia di ritorsioni da parte di Bruxelles sulla questione della tassazione delle società. Queste questioni non troverebbero soluzione con un’adesione del nostro Paese allo Spazio Economico Europeo. E’ pure evidente che queste questioni rappresentano un indubbio ostacolo anche per la prosecuzione della strada degli Accordi bilaterali. Detto ciò, vi sono anche richieste che Berna dovrebbe sottoporre a Bruxelles come la revisione dell’accordo sulla libera circolazione delle persone che non è più avversato solo dall’UDC, ma anche dai sindacati e da ampi settori del Partito socialista. Le ragioni sono note: dumping salariale, sostituzione dei lavoratori residente con i frontalieri, forte aumento dell’immigrazione nel ostro Paese, ecc. Quindi un po’ più di coraggio da parte del Consiglio federale non farebbe male, anche perché il futuro dell’Unione Europea non è affatto chiaro. Non si può escludere una spaccatura dell’euro e una crisi dell’intero castello istituzionale europeo. In un contesto del genere bisogna essere fermi e dotati di grande calma. La Svizzera può e deve guadagnare tempo pèer vedere cosa succederà i Europa e dell’Europa.

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