
Le elezioni italiane rischiano di fare scuola in Europa. Il grande successo elettorale di Beppe Grillo e la tenuta della coalizione che fa capo a Silvio Berlusconi esprimono il no della maggioranza degli italiani alle politiche di austerità volute dall’Europa (attuate dal Governo Monti) e aprono una stagione di forte instabilità politica destinata a riaprire la crisi europea, come sembrano già indicare i mercati finanziari con la caduta degli indici azionari e con l’allargamento del differenziale dei tassi di interesse dei titoli dei Paesi europei in difficoltà rispetto a quelli tedeschi. L’opposizione all’austerità non è comunque l’unico messaggio che esce dalle urne italiane. Come è già accaduto in Grecia, anche le elezioni italiane hanno messo evidenza che la crisi è destinata a cambiare radicalmente il quadro politico tradizionale, condannando all’irrilevanza partiti storici e facendo emergere nuove forze politiche. In pratica, l’aumento della disoccupazione, la diffusione del lavoro precario, la forte contrazione del potere d’acquisto di larghi strati della popolazione e la crescente incertezza riguardo al futuro rivoluzionano il panorama politico e mettono pure in mostra che la sinistra tradizionale non è in grado di raccogliere e di rappresentare i problemi e le ansie di larghi strati della popolazione. Ma procediamo con ordine. La maggioranza degli italiani, che in un primo tempo aveva condiviso le politiche di “lacrime e sangue” seguite nell’ultimo anno dal Governo dei tecnici, ha man mano capito che queste pene non sarebbero state seguite da un miglioramento della situazione economica e quindi da un sollievo. Ha avvertito che la politica di austerità diventava fine a se stessa e che non creava le premesse per una ripresa dell’economia del Paese. Anzi, ha capito che la recessione diventava sempre più profonda e che il Paese si stava e si sta avvitando in una crisi senza via d’uscita. I dati economici confermano questo giudizio. Persino per Bruxelles anche quest’anno sarà un anno di contrazione dell’economia italiana con un notevole aumento della disoccupazione. Dato che persino il miglioramento dei conti pubblici è apparso effimero, si è cominciato a rimettere in discussione la politica europea, lo stesso meccanismo di funzionamento dell’euro fino a giungere ad invocare (come auspica Beppe Grillo) un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Questi orientamenti non sono affatto “populistici”, poiché il temporaneo rasserenamento della situazione dell’euro è frutto solo degli interventi della Banca centrale europea e non di un reale miglioramento della situazione economica che possa far sperare in un’uscita del Paese dalla crisi. L’euro dunque viene sempre più percepito come una camicia di forza e l’Europa come un’istituzione burocratica e lontana controllata dai grandi gruppi di interesse. Insomma, il popolo italiano, uno dei più europeisti”, sta diventando sempre più euroscettico e decisamente contrario all’Europa attuale. Non è difficile immaginare che la maggioranza dell’elettorato di Spagna, Portogallo e persino della Francia condivida questi punti di vista e che quindi risultati analoghi siano destinati ad emergere nelle consultazioni elettorali di questi Paesi. Dunque le elezioni politiche potrebbero fare scuola. La maggioranza degli italiani invoca dunque un cambiamento della politica europea, ma paradossalmente i risultati di queste elezioni lo rendono molto difficile. Infatti, sarà difficile formare un Governo stabile e, quindi, in grado di avere una forza negoziale all’interno delle istituzioni europee tale da fare cambiare la politica dei Paesi forti e in primo luogo della Germania. Anzi, il no alle politiche di austerità espresso in queste elezioni e il pericolo di ingovernabilità dell’Italia renderanno il Governo tedesco meno disposto a concessioni che, secondo l’opinione prevalente in Germania, corrispondono ad un maggiore impegno finanziario tedesco. Infatti non è difficile pensare che a Berlino si penserà che
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