
Il governo britannico di Boris Johnson insiste sulla necessità di far pressione sui talebani per assicurare corridoi sicuri tali da consentire agli afghani che si sentano a rischio di lasciare il loro Paese anche dopo il completamento del ritiro militare Usa previsto per domani; non si fida però delle rassicurazioni date al riguardo nelle ultime ore da Kabul.
“Siamo scettici” rispetto alle promesse verbali, ha tagliato corto alla Bbc il viceministro degli Esteri, James Cleverly, ribadendo la volontà di “impegnarsi in un dialogo” ormai necessario con gli ‘studenti coranici’, ma a patto che su questo punto essi offrano “garanzie assolute e ferree”. La richiesta dell’istituzione dopo il 31 agosto di “safe zone” in Afghanistan per sfollati e fuggitivi sarà al centro di un’iniziativa di Regno Unito e Francia nelle prossime ore al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il ministro degli Esteri di Johnson, Dominic Raab, sta inoltre avviando consultazioni con i colleghi di Paesi alleati dell’occidente e interlocutori diretti dei talebani come Turchia e Qatar.
Londra ha contribuito fino al weekend con oltre 15.000 evacuazioni (su un totale di oltre 100.000) al ponte aereo creato sull’onda del disimpegno Nato e dell’immediata caduta di Kabul per portare fuori in questi giorni stranieri e afghani (soprattutto ex impiegati delle missioni occidentali o loro familiari) più esposti rappresaglie. Ma ha ammesso di aver dovuto lasciare indietro un migliaio di propri ex collaboratori locali inseriti nelle liste delle persone a rischio.
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