Cerca e trova immobili
Magazine
Frontalieri: tutti ne parlano, ma non si fa niente
Redazione
13 anni fa
L'impennata dei frontalieri sta rivoluzionando il nostro mercato del lavoro e precludendo l'accesso dei nostri giovani ad un primo impiego

Tutti ne parlano, ma nessuno fa qualcosa. Finora è solo questo il misero risultato delle discussioni sull’esplosione del numero dei frontalieri e dei padroncini italiani che vengono in Ticino a lavorare. I frontalieri avranno raggiunto, forse già all’inizio dell’anno prossimo, quota 60mila. Infatti, secondo l’Ufficio federale di statistica, alla fine del terzo trimestre di quest’anno erano già 59'309, ossia 677 in più del trimestre precedente con un incremento dell’1,2%. Dato che il numero totale degli occupati corrisponde a 184'500 unità, si può dire che oggi in Ticino un lavoratore su tre è un frontaliere. Leggendo che nel periodo in considerazione anche il numero degli occupati è aumentato di 700 unità, si può sostenere che l’economia ticinese è in ottima salute e che tutto procede nel migliore dei modi soprattutto se si paragona la situazione del nostro mercato del lavoro con quella italiana e di altri Paesi europei.

Eppure questa non è l’opinione della maggioranza della popolazione. Infatti molti ticinesi ritengono giustamente che l’impennata dei frontalieri sta rivoluzionando il nostro mercato del lavoro. In particolare, sta provocando una forte pressione al ribasso sui livelli salariali. Sta producendo il cosiddetto “effetto sostituzione”, ossia il licenziamento di lavoratori che risiedono nel Cantone per assumere frontalieri disposti a lavorare a salari inferiori e ad accettare qualsiasi orario e qualsiasi condizione di lavoro. E infine sta precludendo l’accesso dei nostri giovani al lavoro, poiche’ piuttosto che assumere un giovane in cerca di un primo impiego si preferisce il frontaliere che spesso vanta già un’ampia esperienza professionale. Questi fenomeni devono preoccupare: sono infatti destinati nel lungo termine ad impoverire la nostra economia e a incrinare il nostro modello sociale. Molti respingono queste considerazioni, sostenendo che i frontalieri stanno dando un contributo alla crescita dell’economia ticinese e che senza di loro il Cantone sarebbe nei guai. Questa è una mezza verità, che cerca di legittimare gli interessi di coloro che vogliono che nulla cambi. Infatti, l’economia ticinese ha sempre beneficiato dei frontalieri, ma prima dell’avvento della libera circolazione delle persone ne ha regolamentato il numero. Il meccanismo era semplice: veniva dato il permesso di assumere un frontaliere dopo aver accertato che non vi fosse alcun residente in Ticino disposto a ricoprire quel posto di lavoro. Oggi, invece, non vi è piu’ alcuna regolamentazione e quindi l’assenza di qualsiasi regola si traduce nell’impennata del numero dei frontalieri e nel manifestarsi di quegli effetti perversi negativi per l’economia e la società ticinesi. Quindi non si tratta di eliminare i frontalieri, ma di regolarne l’afflusso.

Oggi, constata la sensibilità di gran parte della popolazione nei confronti di questo problema, quasi tutti i partiti ticinesi dicono che bisogna adottare dei provvedimenti. Le proposte si sprecano. Ma dalle parole non si passa ai fatti. Il tema viene brandito come un’arma per conquistare voti, ma non ci si preoccupa affatto di conseguire anche veri risultati. Cio’ vale sia per i partiti che hanno scoperto questo problema negli ultimi mesi sia per quelli che, come la Lega dei ticinesi, avevano subito capito gli effetti perversi sul Ticino dei Trattati bilaterali con l’Unione Europea. Vengono contrastate anche le soluzioni, minime e insufficienti, di introdurre dei contratti normali e quindi dei salari minimi nei settori dove si sono accertati ripetuti abusi.

Insomma è tutto un parlare che non produce alcun frutto e che ha l’unico obiettivo di salvarsi la faccia di fronte all’opinione pubblica. Non si aumenta il numero degli ispettori che dovrebbero controllare la situazione del mercato del lavoro; non si trova un’intesa per imporre a Berna la questione nelle trattative con l’Italia con proposte come l’imposizione dei frontalieri secondo le regole tributarie italiane e via dicendo. Che fare? Di fronte a questo fiume di parole senza alcun risultato (che fa sempre piu’ assomigliare la politica ticinese a quella italiana), per coloro che ritengono questo dibattito della massima importanza soprattutto per il futuro dei nostri giovani, basta rammentare che l’anno prossimo si presenteranno numerose occasioni per manifestare il proprio dissenso: la prima è la votazione del prossimo 6 febbraio sull’iniziativa contro l’immigrazione di massa.

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata