
Il problema del forte aumento dei frontalieri diventa sempre più scottante anche a causa del peggioramento della situazione del mercato del lavoro ticinese. Infatti si moltiplicano i dati che confermano che questi lavoratori stanno sostituendo i residenti e restringendo le possibilità di occupazione di giovani e disoccupati, da un canto, e che stanno effettuando una forte pressione al ribasso sui livelli salariali, dall’altro. Per affrontare questa questione sono state avanzate diverse idee, ma finora nessuna di queste si è tradotta in un’iniziativa concreta a livello cantonale o a livello federale. Eppure appare abbastanza chiaro che la via maestra da seguire è la riforma delle misure di accompagnamento al trattato sulla libera circolazione delle persone approvate dal Consiglio federale. A livello cantonale si potrebbe invece studiare la possibilità di un aumento delle imposizione fiscale di questi lavoratori e soprattutto il rafforzamento dell’attività di controllo. La necessità di una modifica delle misure di accompagnamento appare la via maestra anche e soprattutto dopo il grido di allarme lanciato dal Consigliere di Stato, Laura Sadis, che ha espressamente parlato che sono emersi abusi gravi dai controlli effettuati e che le retribuzioni nel settore degli impiegati di commercio sono inquietanti. Infatti è stato constatato che su 495 nuovi permessi rilasciati in 146 casi i salari erano inferiori al salario minimo di riferimento che è di 3'160 franchi. Per di più, in 92 casi, ossia il 22,2% del totale, il salario versato era inferiore di almeno il 10% rispetto a quello minimo, ossia si era in presenza in base alle regole vigenti a casi di dumping salariale. Tra l’altro, quasi in un caso su tre si trattava di laureati. Gli abusi appaiono gravi ed evidenti e quindi (tutti sono indotti a pensare) si potrebbero imporre dei contratti normali che prevedono salari minimi vincolanti. La questione non sta però così. In base alle norme attuali il campione è troppo piccolo per poter ricorrere a questa misura. Quindi sembra che si possa fare ben poco. Occorre quindi cambiare le regole e muoversi a livello federale per cambiare queste norme che non sono adeguate alla grave situazione che si sta creando nel mercato del lavoro ticinese. Se gli esempi citati da Laura Sadis non bastassero, è utile ricordare quanto ha scritto il Consiglio di Stato nella risposta ad un’interrogazione del deputato della Lega, Paolo Sanvido. L’anno scorso per la prima volta dal 2006 il salario medio dei frontalieri è diminuito. Il dato si deduce dagli incassi delle imposte alla fonte pagati dai frontalieri. Infatti se si divide la massa salariale del 2011 per il numero degli occupati, si ottiene un salario medio di 56'392 franchi, nettamente inferiore a quello di 63'571 franchi dell’anno precedente. Considerata l’ampiezza del calo del salario medio, è facile azzardare l’ipotesi che i nuovi frontalieri stiano spingendo al ribasso l’insieme dei salari e quindi anche le retribuzioni dei lavoratori che vengono a lavorare in Ticino già da molto tempo. Il fenomeno è facilmente spiegabile. Esso è originato dalla “fame di lavoro” causata dall’aggravarsi della crisi economica in Italia che viene “sfruttata” da alcuni datori di lavoro ticinesi. Appare dunque sempre più urgente un intervento deciso e congiunto sia a livello cantonale sia a livello federale. L’urgenza è data dal peggioramento della situazione del mercato del lavoro nel nostro Paese. Non si può far finta di nulla. I frontalieri stanno sostituendo i lavoratori residenti, stanno restringendo le possibilità di trovare un lavoro da parte dei disoccupati e dei giovani e, infine, stanno esercitando una forte pressione al ribasso sui livelli salariali in Ticino. Occorre dunque vagliare la bontà delle diverse idee, che già sono state avanzate, e soprattutto muoversi co decisione, se non si vuole che questa questione diventi politicamente ingovernabile.
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