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Finora è stata una crisi sprecata
Finora è stata una crisi sprecata
Finora è stata una crisi sprecata
Redazione
10 anni fa
A otto anni di distanza dal fallimento della Lehman Brothers, le elite occidentali non hanno alcuna ricetta per farci uscire dalla crisi

Dovrebbe far riflettere che a distanza di otto anni esatti dallo scoppio della crisi finanziaria più grave di questo dopoguerra in Europa si rinnovi il dibattito tra i fautori dell’austerità e i Governi dei Paesi dell’area mediterranea che chiedono maggiore flessibilità, ossia la possibilità di spendere un po’ di più. Dovrebbe far riflettere che negli Stati Uniti che la banca centrale faccia immediatamente marcia indietro di fronte alla reazione negativa di Wall Street sulla possibilità di aumentare i tassi di interesse, che in ogni caso non aveva intenzione di aumentare. Il dibattito tra leader politici, banchieri centrali ed economisti dimostra che non si sono ancora capite le cause della crisi del 2008 e che quindi si continua con politiche economiche che non sono appropriate e che quindi continuano a non produrre gli effetti desiderati. Anzi, l’insistenza in queste politiche è destinata ben presto a far emergere gli effetti perversi della continua stampa di moneta e di tassi di interesse ai minimi storici e in Europa, in Giappone ed in Svizzera addirittura negativi. Se le élite non hanno (o non vogliono) capire, la popolazione ha chiaramente intuito la natura dei problemi dell’economia occidentale: una globalizzazione senza alcuna regola, un fondamentalismo liberista (che in realtà non impedisce la formazione di posizioni di monopolio) e infine il peso preponderante dell’industria finanziaria che assieme alle grandi multinazionali determina le politiche dei Paesi occidentali. Ed è proprio dal successo di questa rivolta elettorale, che si sta manifestando sia in Europa sia negli Stati Uniti, dipenderà la possibilità di un’uscita reale dalla crisi. Ma procediamo con ordine.

Veramente come ha detto il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, sono uscite poche idee intelligenti dal vertice dei capi di Governi dei Paesi europei del Mediterraneo (per lo più socialisti) che si è tenuto recentemente in Grecia. Ci si sarebbe potuti aspettare proposte per il rilancio dell’economia e del processo di integrazione europea. Ebbene, non si è sentito nulla del genere, ma solo un piagnisteo contro le politiche di austerità e la richiesta di una maggiore flessibilità , che vuol dire la possibilità di spendere un po’ di più e di avere un deficit pubblico maggiore. Una povertà di idee che riflette la povertà di analisi. E’ indubbio che nell’attuale contesto economico l’austerità non è la medicina appropriata, ma è altrettanto certo che una maggiore spesa pubblica darebbe solo un sollievo temporaneo all’economia del Vecchio Continente. La ragione è la medesima che spiega l’insuccesso delle politiche delle banche centrali del denaro facile e a costo zero, che hanno impedito un crollo verticale dell’economia, ma non hanno creato le premesse di un suo rilancio. Infatti oggi non siamo in presenza di una normale crisi finanziaria, ma di una crisi del sistema economico costruito negli ultimi decenni. Quindi per avere una ripresa vera, occorre correggere questo sistema. Occorre combattere le enormi pressioni deflazionistiche presenti, che sono determinate da una globalizzazione selvaggia, dalla destabilizzazione dei mercati del lavoro (con il corollario di disoccupazione e precarizzazione del lavoro) e dal peso preponderante dell’industria finanziaria. Del resto gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: il Giappone ha fatto di tutto per uscire dalla crisi. La politica monetaria è stata fortemente espansiva (e ancor più lo è oggi), ma i pacchetti fiscali di rilancio hanno provocato solo una ripresa temporanea che si è ben presto afflosciata man mano che gli investimenti si esaurivano. In Europa, la politica monetaria della Banca centrale europea ha evitato l’avvitarsi della crisi, ha dato fiato ai Paesi gravati da pesanti debiti pubblici (che hanno potuto usufruire di un costo del denaro artificialmente basso), ha favorito le borse, ma non ha fatto ripartire né consumi né investimenti. Se si riflette un po’, si deve ammettere che se il quadro macroeconomico fosse normale, la continua stampa di soldi e i tassi di interesse addirittura negativi avrebbe dovuto provocare un vero e proprio boom economico. Nulla di tutto ciò si intravvede. Anzi si moltiplicano i segnali che indicano un ulteriore rallentamento della già fiacca crescita del Vecchio Continente.

Quindi, non deve spaventare solo la realtà dell’economia europea, ma soprattutto l’incapacità delle élite europee di analizzare la situazione e di proporre politiche adeguate. Per fortuna, dove non arrivano le élite, sembrano arrivare gli elettori che chiedono riforme vere. Esse sono la ridiscussione dell’euro che è una camicia di forza per l’Europa, un po’ di protezionismo anche a livello migratorio per consolidare mercati del lavoro completamente destabilizzati e un vero ridimensionamento politico ed economico del settore finanziario. E questa rivolta elettorale rappresenta la speranza per il futuro.

La situazione non è affatto diversa negli Stati Uniti. La banca centrale americana oramai da mesi lascia intendere che la situazione del mercato del lavoro è migliorata a tal punto da rendere possibile un aumento dei tassi. Poi regolarmente lo rinvia magari dopo una breve correzione di Wall Street che le ricorda che la borsa è “drogata” dal denaro facile e a basso prezzo degli ultimi anni e che potrebbe cadere dopo un aumento dei tassi. E sempre la Federale Reserve cede di fronte al pericolo di un crollo di Wall Street e all’evidenza che i miglioramenti economici sono effimeri. Infatti il tasso di partecipazione rimane bassissimo, gli investimenti crescono sempre meno e l’aumento della produttività si è ridotto al lumicino. La conclusione è facile: la minaccia di un aumento dei tassi è solo un giochetto per far credere che vi siano miglioramenti. Esso comunque viene costantemente rinviato. Negli Stati Uniti diversamente dall’Europa il dibattito sugli effetti negativi della globalizzazione sta progredendo sia a livello politico (si vedano le posizioni di Donald Trump) sia a livello accademico. Molti economisti (da Stiglitz a Krugman fino a Sachs) che avevano vantato le magiche virtù dell’apertura dei mercati stanno rivedendo le loro posizioni. E proprio dalle prossime elezioni americane grazie ad un voto contro le élite economiche, finanziarie e politiche potrebbe giungere quella svolta politica indispensabile per uscire dalla crisi.

In conclusione si può affermare che finora la crisi è stata sprecata. Il settore finanziario continua a dominare e a destabilizzare le economie occidentali, il passo della globalizzazione non è stato fermato e le diseguaglianze sociali continuano ad aumentare.

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