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Esiste ancora l’Occidente?
Esiste ancora l’Occidente?
Esiste ancora l’Occidente?
Redazione
8 anni fa
La profondità della crisi politica dei Paesi occidentali fa sperare in una svolta e in un futuro migliore

L’estate è stata prodiga di temi che meriterebbero un approfondimento. La scelta è dunque difficile e quindi ho optato per privilegiare lo sviluppo della crisi di quello che una volta si chiamava “Occidente”, ossia la comunanza di valori e di interessi dell’Europa, dell’America del Nord e di una propaggine orientale che risponde al nome di Giappone.

Gli avvenimenti di questi mesi confermano che la nozione di Occidente appare superata. Indicano pure che le istituzioni internazionali costruite e gestite dagli Stati Uniti sono in profonda crisi e tra queste anche l’Unione europea. Le cause più importanti di questi sconvolgimenti sono due.

La prima è il fallimento del modello economico liberista abbracciato senza riserve dai Paesi occidentali. La data del suo crollo risale esattamente a dieci anni fa, ossia alla crisi finanziaria che toccò il suo apice il 15 settembre del 2008 con la bancarotta della banca di investimento americana Lehman Brothers. La storia indicherà certamente quella data come uno spartiacque. Infatti con essa si è dissolta la convinzione delle élite occidentali di aver trovato l’uovo di Colombo, fatto di libero mercato, globalizzazione, di riduzione del ruolo dello Stato e così via. Il collasso del sistema bancario occidentale è stato evitato, come tutti ricorderanno, grazie ai sussidi statali che hanno salvato gli istituti in dissesto (in base al principio della socializzazione delle perdite e della privatizzazione degli utili) e grazie a politiche monetarie eccezionali che hanno impedito che il mondo cadesse in depressione. Questi interventi eccezionali non hanno potuto nascondere che quel modello economico era fallito anche se ancora oggi l’establishment composto dai grandi gruppi finanziari ed industriali tentano di resuscitarlo. La crisi ha però prodotto un risultato inaspettato per le élite: gran parte della popolazione si è “svegliata” ed ha compreso che il sistema è corrotto: favorisce pochi a scapito di molti. E infatti mentre nessuno dei banchieri è stato chiamato a rispondere delle sue malefatte, i ceti meno favoriti hanno visto proseguire la destabilizzazione del mercato del lavoro: i loro redditi sono stagnati e spesso diminuiti e le diseguaglianze sono esplose. La loro richiesta di aiuto e di protezione è rimasta inascoltata e la loro rabbia si è espressa nelle urne. L’effetto finale della crisi è che l’establishment non solo non ha più un modello economico credibile e “vendibile” alla popolazione, ma che è addirittura apertamente avversato da larghi strati della popolazione, come confermano le tornate elettorali degli ultimi anni. Dunque, si è erosa la forza principale dell’Occidente: quella di avere una economia, che non dimenticava i meno favoriti, e quindi un sistema politico sostenuto dalla stragrande maggioranza della popolazione.

La seconda causa è l’ascesa della Cina che ha mandato in crisi le istituzioni internazionali che hanno assicurato la “Pax americana” di questo dopoguerra. I primi a rendersene conto sono proprio gli Stati Uniti che con Donald Trump stanno procedendo alla loro completa demolizione. L’attuale politica di Washington può infatti essere letta come il tentativo della superpotenza sembra muoversi in dure direzioni. La prima “bastonare” e quindi mettere in riga i Paesi, come Russia, Turchia, Iran e anche l’Europa, che tentano di approfittare della debolezza americana per ritagliarsi uno spazio di indipendenza ed autonomia. La seconda aprire un confronto a tutto campo con la Cina che insidia il primato statunitense. Gli Stati Uniti, insomma, giocano da soli, incuranti delle alleanze storiche, sfruttando la loro indiscutibile supremazia militare, per guadagnare tempo, ma senza alcun progetto teso a curare una società profondamente divisa e ferita dalle politiche degli ultimi decenni.

Della distruzione delle istituzioni internazionali non è immune nemmeno l’Unione europea. A ricordarcelo non è solo la Brexit e l’incapacità di avere una politica comune sull’emigrazione, ma ora anche la Libia, dove per interposta persona si fronteggiano Francia e Italia mosse dalla rivalità per lo sfruttamento delle risorse petrolifere. Insomma, Parigi che con Nicholas Sarkozy ha rovesciato il regime di Gheddafi, creando un vuoto politico, sta nuovamente alimentando la guerra civile libica per favorire la francese Total a scapito dell’italiana ENI. Sarebbe questa l’Europa del futuro? Sarebbe questo il Continente che si erge a giudice morale?

Anche sulla questione della migrazione la realtà è desolante. Oggi l’Europa vagheggia di un piano Marshall per l’Africa per frenare il flusso dei migranti, mentre la Cina ha già investito 170 miliardi di dollari in Africa e ieri ha promesso di investire altri 60 miliardi (complessivamente si tratta di un ammontare superiore a quanto fatto finora dai Paesi occidentali e dalle istituzioni economiche internazionali). L’Europa non solo non fa nulla, ma parla di neocolonialismo cinese. La risposta a queste critiche l’ha dato un leader africano, il quale ha dichiarato che “nessuno può fare peggio di quanto ha fatto l’Occidente in Africa” (dalla tratta degli schiavi al colonialismo).

Si potrebbe a questo punto concludere con una citazione di Mao: “La confusione è massima sotto il cielo, la situazione è ottima”. Infatti la crisi dell’Occidente è profondissima. Essa è però indispensabile per cambiare le politiche di questi anni e quindi per potere avere ancora speranza in un futuro migliore.

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