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Elezioni europee, nulla cambierà
Redazione
12 anni fa
L'avanzata dei partiti euroscettici non è sufficiente a favorire il varo di quelle misure indispensabili per far uscire veramente il Vecchio Continente dalla crisi

Nulla o ben poco cambierà nell’Unione Europea, nonostante il grande balzo in avanti dei partiti euroscettici. Ciò vale sia per l’Unione nel suo complesso sia per Eurolandia. L’edificio, su cui si basa la moneta unica europea, è talmente rigido che anche i minimi cambiamenti rischiano di farlo crollare. Dunque le speranze di Matteo Renzi, l’indubbio vincitore della consultazione italiana, di ottenere il varo a livello europeo di un piano di investimenti pubblici di 150 miliardi di euro sono destinate a essere spazzate via dalla mancanza di disponibilità politica a trovare i soldi per finanziare un simile programma. Quindi, nulla cambierà e, quindi, il lavoro di rilancio dell’economia europea verrà ancora demandato alla Banca centrale.

Mario Draghi ha già di fatto preannunciato che la settimana prossima la Bce si muoverà. I provvedimenti sono già stati fatti trapelare: i tassi di riferimento verranno ridotti allo 0,10% (o allo 0,15%), i depositi di liquidità delle banche centrali presso la Bce verranno penalizzati con un tasso negativo e, infine, verranno erogati fondi alle banche commerciali in cambio di un aumento dei crediti concessi ad imprese e famiglie. Queste misure non basteranno a rilanciare l’economia. In primo luogo la riduzione dei tassi non avrà grandi effetti, poiché i tassi di riferimento (oggi allo 0,25%) sono già estremamente bassi. I tassi negativi sui depositi delle banche avranno un effetto minimo, poiché la liquidità in eccesso delle banche europee è diminuita sensibilmente negli ultimi mesi. Quindi la speranza che questo provvedimento spinga le banche ad erogare maggiori crediti oppure a comprare dollari (e quindi spingere al ribasso il tasso di cambio dell’euro) per aggirare la mossa della Bce si rivelerà infondata. Pure il terzo provvedimento di concedere fondi alle banche per spingerle a concedere maggiori crediti non porterà molto lontano, poiché la crisi è talmente profonda che vi è un calo delle richieste di prestiti e poiché coloro che continuano a chiedere crediti sono le imprese a maggiore rischio di insolvenza e quindi le banche non hanno alcun interesse a correre il rischio di vedere crescere le loro sofferenze. Pure il tentativo di spingere al ribasso il tasso di cambio dell’euro appare destinato a restare un auspicio: per realizzarlo occorrerebbe un accordo con gli Stati Uniti e interventi decisi sui mercati dei cambi. Sembra improbabile che verrà soddisfatta sia la prima sia seconda condizione. Ma vi è di più. Oggi non bastano più gli interventi di politica monetaria anche se condotti in modo aggressivo, come il Quantitative Easing americano. Occorrono riforme strutturali, ma non quelle che vengono continuamente evocate, come la riforma del mercato del lavoro, ulteriori liberalizzazioni, ecc.

Infatti è necessario creare lavoro. Per creare lavoro bisogna alimentare la domanda attraverso una politica di redistribuzione dei redditi che dia maggiori risorse agli strati sociali con minori disponibilità ed un piano di investimenti pubblici. Ma ciò, come scoprirà ben presto Matteo Renzi non è possibile all’interno del quadro dell’Unione monetaria europea. Per raggiungere questo obiettivo è necessario liberare l’Europa dalla camicia di forza rappresentata dall’euro con un processo concordato e pianificato di smantellamento dell’Unione monetaria. Ma oggi, nonostante l’avanzata dei partiti euroscettici, non vi sono le condizioni per un cambiamento di rotta di simile portata. Quindi, tutto continuerà come prima, peggio di prima. Il voto di domenica scorsa è stata comunque una dimostrazione che, seppure in modo confuso e contraddittorio, si diffonde la convinzione che così non si può andare avanti e che occorre sottrarre il vero potere alle oligarchie che comandano l’Europa e il mondo occidentale. Dimostra anche però che il cammino è ancora molto lungo.

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