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E’ un’insurrezione contro le élite
E’ un’insurrezione contro le élite
E’ un’insurrezione contro le élite
Redazione
10 anni fa
Anche in Germania, come nel Regno Unito, il popolo boccia le politiche degli ultimi decenni

E’ ormai un fiume in piena difficile da fermare la rivolta elettorale contro le élite. All’inizio dell’estate ci siamo lasciati con la vittoria della Brexit, oggi riprendiamo questo blog dopo il successo dell’Alternative für Deutschland nel Land del Meclemburgo-Pomerania.

Vi è un chiaro un filo che congiunge questi due appuntamenti elettorali: la ribellione contro le politiche di quei gruppi di potere economici e finanziari che dettano le politiche del mondo occidentale. Questa ondata di rivolta è destinata ad estendersi alle elezioni presidenziali austriache, che si rifaranno il prossimo 2 ottobre dopo l’annullamento per brogli elettorali di quelle tenutesi nella scorsa primavera, al referendum convocato dal Governo ungherese fino alle elezioni presidenziali americane di inizio novembre, il cui esito è incerto, ma che potrebbero rappresentare con il successo di Donald Trump la fine dell’era della globalizzazione e della pericolosa tensione con la Russia di Putin.

I commentatori si sono affrettati ad interpretare il risultato della consultazione nel Land tedesco come una reazione alla politica delle porte aperte di Angela Merkel. Indubbiamente l’arrivo in Germania di un milione di immigrati è stato un fattore molto importante nella decisione degli elettori che hanno premiato l’AfD, ma non ne spiega compiutamente le ragioni. Anche la situazione economica tedesca non è rosea come appare. Le diseguaglianze stanno crescendo e alcuni milioni di tedeschi vivono grazie ai cosiddetti mini-jobs creati dalla riforma del mercato del lavoro di Schroeder che offrono salari insufficienti per condurre una vita dignitosa e che per di più vengono elargiti a condizioni tali da assomigliare ad una nuova forma di schiavitù.

Anche nell’economia più forte d’Europa si avvertono gli effetti nefasti delle politiche economiche di questi ultimi decenni che hanno favorito pochi a scapito della maggioranza. Lo stato di precarietà di una parte della popolazione e soprattutto la mancanza di una politica che offra la prospettiva di un miglioramento sono alla base del successo dell’AfD. Senza tema di sbagliare, si può affermare che l’arrivo di decine di migliaia di immigrati abbia aperto gli occhi a molti tedeschi che hanno ritenuto l’arrivo degli immigrati un fattore che avrebbe reso ancora più precario il loro futuro già incerto. L’AfD non è un partito di estremisti, ma una formazione politica nuova che si batte, come altri nuovi partiti del Vecchio Continente, contro questa espropriazione della sovranità nazionale. Essi chiedono in buona sostanza il ritorno delle frontiere come strumento indispensabile per riconquistare il potere elettorale di determinare e correggere l’orientamento politico del proprio Paese che oggi ritengono si stia muovendo in una direzione errata. E’ un fenomeno che sta avvenendo in tutto il mondo occidentale e che non è esagerato definire un’insurrezione contro le élite per riconquistare l’indipendenza e ristabilire i principi della democrazia. Se questo è populismo, come lo definiscono spregiativamente politici, analisti e stampa politicamente corretta, viva il populismo. Ora, però, è opportuno interrogarsi sulla reazione dei gruppi che detengono veramente il potere.

Il futuro politico di Angela Merkel sembra segnato. Nell’autunno dell’anno prossimo in Germania si rinnoverà il Parlamento e il suo partito, la CDU, sotto la sua leadership rischia una bruciante batosta elettorale. Non sorprende che i fratelli bavaresi della CSU ne chiedano la testa e invochino un nuovo leader in grado di limitare i danni nelle prossime elezioni. D’altro canto, i socialdemocratici, alleati di Governo, cominciano a distanziarsi dalla cancelliera. Il risultato è che in Germania si apre una fase di grande incertezza e che l’indebolimento di Angela Merkel peserà notevolmente a livello europeo, di cui è di fatto la guida. Il primo risultato di questo voto è che l’Unione Europea perde l’ancora attorno a cui si è abbarbicata negli ultimi tempi proprio mentre è sempre più probabile che si moltiplichino i successi dei partiti contrari a questo processo di integrazione del Vecchio Continente.

E’ facilmente prevedibile che i gruppi di potere economici e finanziari che detengono le vere leve del potere non resteranno con le mani in mano. Essi sanno che oggi non basta controllare i media e diffondere paure per indirizzare l’opinione pubblica, come ha dimostrato il referendum britannico. Quindi cercheranno nuovi metodi di condizionamento dell’elettorato, arrivando a creare leader falsamente contrari all’attuale ordine internazionale e persino ad acuire all’inverosimile le tensioni internazionali per riprendere il controllo della situazione. Tutto a questo punto è possibile. In ogni caso la battaglia principale delle prossime settimane saranno le elezioni americane.

Sia quel che sia. E’ agli sgoccioli l’era economica della globalizzazione e dei fondamentalisti del libero mercato ed è possibile che proprio grazie a questi risultati elettorali si verifichi una svolta e si apra un periodo nuovo che ci faccia uscire dalla crisi e che ci offra un futuro di crescita sana, duratura e giusta. Quindi non solo a favore di pochi a scapito degli altri.

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