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È segnato il futuro del segreto bancario?
Redazione
13 anni fa
Gli ultimi passi di alcuni Paesi europei inducono a pensare che la battaglia per la difesa del segreto bancario sia ormai alle battute finali

La battaglia per la difesa del segreto bancario svizzero sembra alle battute finali. Il cerchio si stringe attorno alla Svizzera e anche il modello Rubik, che si proponeva di regolarizzare con un’imposta liberatoria la posizione fiscale dei clienti delle banche svizzere e nel contempo di difendere il loro anonimato, appare oramai superato dagli avvenimenti. Non è comunque solo l’offensiva di Stati Uniti e Paesi europei ad avere piegato il segreto bancario, ma anche una rottura del fronte interno. Il Consiglio federale ha intenzione di varare una strategia del denaro dichiarato, che dovrebbe rispondere alle pressioni internazionali, Credit Suisse, UBS e Julius Bär hanno annunciato di non voler più accettare soldi che non siano stati dichiarati al fisco e presto le Camere saranno chiamate ad approvare un accordo con gli Stati Uniti che obbliga le banche elvetiche a segnalare alle autorità fiscali statunitensi i depositi detenuti da cittadini americani. Insomma anche se alcuni invitano a salire sulle barricate per difendere il segreto bancario, si deve constatare che si è nel frattempo scardinato il fronte di coloro che lo volevano difendere ad ogni costo e che addirittura questa resa svizzera rischia di avvenire senza ottenere alcuna contropartita dagli altri Paesi. Gli ultimi passi dei Paesi europei sembrano confermare che la battaglia per il segreto bancario è alle battute finali. L’ultima campana a morto l’ha suonata infatti il Granducato del Lussemburgo, il quale ha dichiarato di essere pronto a passare allo scambio di informazioni in materia fiscale a partire dall’inizio del 2015. Pure in Austria si moltiplicano le dichiarazioni di politici, come il cancelliere Werner Faymann, favorevoli all’abbandono del segreto bancario. Insomma, in un battibaleno Berna rischia di perdere due Paesi alleati che su questa questione all’interno dell’Unione Europea avevano sempre sostenuto le posizioni elvetiche. Ma c’è di più nel prossimo vertice europeo, in programma il 22 maggio, si discuterà di lotta all’evasione fiscale e del progetto di una piattaforma multilaterale per lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale sottoscritto da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna. Il quadro internazionale si è ulteriormente deteriorato dopo Offshore Leaks, ossia dopo le rivelazioni sui dati di società offshore in paradisi fiscali usate per evadere il fisco. Queste rivelazioni hanno paradossalmente messo in luce la copertura che offrono territori legati alla Gran Bretagna e agli Stati Unti contro i quali né Londra né Washington hanno finora mosso un dito. Se si astrae da questa ipocrisia, si è comunque consolidato un consenso internazionale contro i Paesi che ancora hanno il segreto bancario considerato (non sempre a ragione) come uno strumento che facilita l’evasione fiscale. Di fronte a questo fronte, che appare compatto, la Svizzera dispone di poche armi su cui far leva. Quindi appare inevitabile concentrarsi sulle contropartite che il nostro Paese può pretendere e inoltre cominciare a valutare le conseguenze e le prospettive per la piazza finanziaria elvetica di un mondo senza segreto bancario. Anche perché è probabile che anche molti Paesi, comne India e Cina, che finora si sono apparentemente disinteressati di questa questione, chiedano un trattamento analogo a quello che la Svizzera concederà a Stati Uniti e Paesi europei. Il primo obiettivo di Berna dovrebbe essere quello di trovare una soluzione per regolarizzare gli averi dei clienti delle banche, riesumando quell’imposta liberatoria che faceva parte del modello Rubik, che bene o male è stato sottoscritto da Gran Bretagna ed Austria. In secondo luogo, occorre ottenere l’accesso al mercato europeo delle nostre banche e dei fondi di investimento domiciliati in Svizzera. In terzo luogo, occorre garantire il segreto bancario per i residenti in Svizzera. In quarto luogo, bisognerebbe ottenere un allentamento dell’offensiva europea contro la tassazione ritenuta troppo bassa (e quindi sleale) delle società domiciliate in

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