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È scoppiata la bolla Monti
Redazione
14 anni fa
Il bilancio di un anno di Governo tecnico in Italia è insoddisfacente e conferma il fallimento delle politiche di austerità

“L’anno di Governo di Mario Monti è stata una bolla, che ha fatto gioire gli investitori fino a quando è durata, ma ora è scoppiata. E’ probabile che non occorrerà altrettanto tempo agli investitori italiani e stranieri che niente di sostanziale è cambiato nell’ultimo anno, ad eccezione del fatto che l’economia italiana è caduta in una profonda depressione”. Questo giudizio è apparso lunedì scorso nella pagina degli editoriali del Financial Times a firma di Wolfgang Münchau. E’ difficile non condividere questa analisi. L’adulazione, di cui ha goduto il professore della Bocconi, è stata in parte dovuta al discredito, soprattutto all’estero, del precedente Governo Berlusconi e alla diffusa speranza che Mario Monti diventasse il salvatore della patria. Il grande errore del Governo tecnico è stato quello di puntare al risanamento dei conti pubblici italiani solo attraverso delle politiche di austerità, che si sono concretizzate per lo più in un aumento della pressione fiscale sui ceti medi e su quelli più deboli. Nessuno o scarsi sforzi sono stati invece prodigati per riformare l’economia con l’obiettivo di aumentarne la competitività. All’immediata obiezione di alcuni che ciò non è stato possibile poiché non vi erano risorse, è facile rispondere che non si è nemmeno tentato di avviare quei cambiamenti che non richiedevano particolari investimenti, come la riforma della giustizia civile, la lotta alla corruzione, ecc. Persino la declamata “spendine review”, affidata al collega Gavazzi, tesa ad avviare una riforma della pubblica amministrazione si è conclusa in un nulla di fatto. Il merito di Mario Monti è indubbiamente quello di aver ridato prestigio all’Italia a livello internazionale. In questo compito è stato indubbiamente aiutato sia dagli altri Paesi europei sia dagli Stati Uniti che volevano e vogliono evitare che la crisi del debito italiano travolga l’euro. I dati economici sono inequivocabili. Quest’anno l’economia italiana si contrarrà del 2,4% e l’anno prossimo, stando alla Confindustria, di un altro 1,1%. La disoccupazione è aumentata notevolmente e un terzo dei giovani è senza lavoro. I consumi delle famiglie sono calati a picco e sono ai minimi dal dopoguerra. Le banche, che hanno le loro casse piene di titoli di Stato, continuano a lesinare nell’erogazione dei crediti e quando li concedono pretendono tassi di interesse molto alti. I prezzi degli immobili stanno calando e addirittura si sta diffondendo il fenomeno dei pignoramenti (già 50mila famiglie sono state sfrattate perché non riuscivano più a pagare i mutui). Come sostiene Silvio Berlusconi, non vi è un dato economico in territorio positivo. Si può però replicare che la credibilità del Governo Monti ha permesso la riduzione dei tassi di interesse da pagare sui titoli di stato e soprattutto la riduzione del famoso spread, ossia del differenziale tra i tassi dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi. Non c’è dubbio che il Governo tecnico ha contribuito a questa evoluzione positiva, ma in questo compito è stato fortemente aiutato dalla politica monetaria della Banca centrale europea che a inizio anno ha prestato mille miliardi di euro alle banche ad un tasso dell’1% e agli impegni di Mario Draghi a sostegno dell’euro. Molti potrebbero sostenere che questi dolori erano inevitabili per salvare dalla deriva greca un Paese con un debito pubblico che sfiora il 130% del PIL. Questa tesi sarebbe sicuramente condivisibile se il Governo tecnico avesse avviato quelle riforme indispensabili per far riacquisire competitività all’economia italiana e quindi porla nelle condizioni di poter riprendere a crescere. Ma ciò non è avvenuto. Il costo unitario del lavoro è continuato ad aumentare ed è oggi superiore del 30% rispetto a quello tedesco. La produttività del lavoro è diminuita ed è inferiore del 10% rispetto a quella tedesca. Il tasso di occupazione degli italiani tra i 15 e i 64 anni, che è tra i più bassi dell’Europa, è sceso al 57% ed è ancor più distante dal 73% della Germania. E si potrebbe continuare

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