
Con l’avvicinarsi della scadenza delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo si fa sempre più infuocato il dibattito sulla bontà dell’euro. Ciò non avviene solo nella vicina Italia, ma è diventato tema centrale della discussione politica anche in molti altri Paesi europei a cominciare dalla Francia. Gli analisti politici prevedono addirittura un successo delle formazioni politiche avverse all’euro che potranno quindi formare un gruppo parlamentare consistente nel prossimo Parlamento di Strasburgo.
Lo scontro di opinioni si concentra principalmente su due questioni: la prima, i vantaggi dell’appartenenza all’euro superano gli svantaggi; la seconda, il costo dell’uscita dall’euro è talmente elevato da rendere inutile anche prendere in considerazione una simile eventualità. Paradossalmente, invece, vi è un’ampia convergenza sulla necessità di profonde riforme dell’attuale Unione monetaria, che, così come è stata costruita, viene giudicata insoddisfacente e causa (o almeno concausa) delle difficoltà economiche e sociali di molti Paesi europei.
Questo modo di ragionare sorprende, poiché le “carenze” dell’Unione monetaria europea sono la diretta e inevitabile conseguenza del dato di fatto inequivocabile che l’euro è l’espressione di una serie di Stati che non costituiscono uno Stato federale anche lontanamente paragonabile alla Svizzera o agli Stati Uniti. Dunque, l’euro non poteva e non può essere simile al franco svizzero o al dollaro americano. Non mancano solo uno Stato e un’autorità di Governo europea, ma mancano regole comuni a cominciare da quelle riguardanti lo Stato sociale (sarebbe possibile un franco senza norme comuni riguardo all’età di pensionamento, all’AVS, alla assicurazione contro la disoccupazione, ecc.) e una spesa pubblica europea in grado di attutire l’andamento economico negativo di alcuni Paesi di Eurolandia. E’ prevedibile che queste carenze vengano superate prossimamente? La risposta è chiaramente negativa e da ciò discende l’inconsistenza dell’idea di poter riformare questa Unione monetaria che continuerà a cercare di superare le crisi attraverso il varo di nuovi trattati e non attraverso dei sani meccanismi economici. Quindi questa Eurolandia non potrà mutualizzare i debiti dei singoli Paesi, non potrà varare Eurobond e la Banca centrale europea sarà continuamente costretta a grandi giochi di equilibrio per tener conto dei diversi interessi dei Paesi membri. Dunque, in queste condizioni l’Unione monetaria europea non è riformabile. E’ solo possibile aggiungere alla pletora degli accordi interstatali nuove intese come quelle che delegano alla Bce il compito di sorveglianza delle banche, che possono rappresentare dei rischi sistemici. Quindi, l’idea di avere un euro diverso è semplicemente una speranza priva di fondamento, poiché ciò potrebbe avvenire solo attraverso un’accelerazione del processo di integrazione politica del Vecchio Continente che paradossalmente l’euro sta rendendo politicamente sempre più difficile.
I vantaggi di stare in questo euro (e non in un euro dei sogni) dipendono dalle caratteristiche economiche dei diversi Paesi. Nella costruzione di questo euro si è posto l’accento soprattutto su due obiettivi: il primo, evitare che fosse un veicolo di inflazione e quindi una moneta debole; il secondo, che non permettesse agli Stati “spendaccioni” di sfruttare questo strumento per continuare a spendere e a spandere a spese dei Paesi più rigorosi nella gestione dei loro conti pubblici. Non si può non constatare che l’euro sta raggiungendo questi obiettivi: l’inflazione è molto bassa e sta avvenendo il risanamento dei conti pubblici. La vittima di queste politiche in molti Paesi è la crescita economica e l’occupazione, ma questi ultimi non sono mai stati identificati come obiettivi da chi ha costruito l’euro. Quindi, la moneta unica europea sta funzionando cosî come si voleva che funzionasse. Ma c’è di più. Con questa impostazione l’euro favorisce i Paesi a struttura economica più forte e le economie abituate a convivere con valute che tendevano a rafforzarsi (come il vecchio marco tedesco). Penalizza invece i Paesi con strutture economiche più deboli e soprattutto abituati a superare le loro crisi di competitività ricorrendo allo strumento della svalutazione. Questi ultimi o riescono a cambiare il comportamento dei loro attori economici e ad attuare profonde riforme strutturali oppure sono destinati a deperire. E’ quanto sta già avvenendo, come testimonia anche la ripresa dei flussi migratori dal Sud dell’Europa verso i Paesi economicamente più solidi di Eurolandia. Quindi, l’euro sta creando le premesse per la divisione economiche del Vecchio Continente tra regioni ricche e che continueranno a svilupparsi e regioni depresse. Se si condivide questa previsione, è chiaro che l’uscita dall’euro diventa una proposta allettante, nonostante gli indubbi costi economici di un simile passo. Sulla possibilità di ridurre il costo dell’uscita dall’euro ci soffermeremo in un prossimo blog.
In conclusione, l’euro sta funzionando esattamente come l’hanno pensato i padri fondatori. L’Unione monetaria europea può essere oggetto di ritocchi, ma non di riforme che la possano far funzionare come una valuta paragonabile al franco o al dollaro. Per i Paesi in difficoltà l’uscita dall’euro è un’opzione costosa, ma che offre maggiori prospettive di un continuo declino, poiché l’attuale euro funziona come una gabbia. La ripresa dei flussi migratori interni all’Europa è la testimonianza di un’Unione che tende a dividere i destini economici delle diverse regioni dell’Europa.
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